My (un)fair lady

02.07.2016

Ok, prima di tutto mettiamo bene in chiaro una cosa: non sono io che me le cerco, accadono e basta. Capito? Accadono. Io me le risparmierei volentieri.

Mi trovo a bordo dell’87, con poca voglia di andare a lavoro. Dopo un paio di fermate, sale a bordo una signora. Non la vedo, ma sento distintamente la sua voce (perforante a livelli che potrebbe avere un futuro nell’ortofrutticolo) chiedere all’autista: “Scusi, questo arriva sulla piazza di Frascati?

Il poverello ­– che, come tanto di cartelli confermano, non dovrebbe essere infastidito per nessuna ragione al mondo – risponde attonito: “Prego?!”

E lei, con aria da figlia del maresciallo de Lapalisse: “Scusa, figlio mio, c’è scritto che vai sui Colli Albani… ci passerai pure per Frascati, no?”

Per fortuna, il semaforo diventa verde e salva l’autista dall’incombenza di spiegare alla signora che Colli Albani è un quartiere di Roma e non uno degli ameni luoghi citati nella nota canzone che parla si sagre, di uva e di fontane che danno vino.

Non contenta, la signora torna presto alla carica (continuo a sentirla dal mio posto accanto alla porta centrale… non la vedo di persona perché l’autobus è pieno, ma non posso evitare di immaginarla con dei fiori in mano come My fair lady prima del restyling): “Scusi, mi sa dire dov’è Piazza San Qualcosa?

Giuro, non è una mia pietosa cojonella per strappare una risata a buffo. Lo ha detto davvero.

L’autista, però, non si scompone e risponde: “No, non lo so… ma se dà qualche indicazione in più gliela indico volentieri.”

“Ma sì, dai” dice lei, passando nuovamente da Eliza Doolittle a Madame de Lapalisse “…è quella piazza che sta là dietro…vicino a Via Coronari.”

L’autista tira un sospiro di sollievo: “Allora ho capito…” (Non vedo neanche lui, ma posso immaginare che abbia anche preso un fazzolettone di stoffa per asciugarsi il rivolo di sudore che gli sta colando giù dalla fronte).

“Lo vedi, bello mio, che la conoscevi pure te?”

Come darle torto.

L’autista le indica la fermata e lei si incammina verso il centro dell’autobus. Così, finalmente la vedo. E se mai aveste pensato che la parte surreale sia quella che vi ho appena raccontato, vi sbagliate.
Di grosso.

L’amica Eliza de Lapalisse è una donna in carriera, o almeno è agghindata come se lo fosse: capelli lunghi, biondi e tinti, ricoperta di perle, trucco vistoso, tailleur nero, calze a rete, scarpe dal tacco troppo vertiginoso per una della sua età.

Si piazza proprio davanti a me e inizia a parlare. Da sola.

Io, però, mi rifiuto di crederci e così mi guardo intorno per cercare il suo interlocutore invisibile.
Parla al telefono? Di auricolari neanche l’ombra.
Allora penso a un bluetooth, ma un telefono vecchio come quello che ha in mano non lo vedo da quando Ambra conduceva Non è la Rai, quindi niente. Non mi resta che arrendermi all’evidenza, mentre provo ad ascoltare quello che dice, ma giuro che non è facile capirci qualcosa: “E che te devo dì? Sto a ’nnà a Via dei Coronari… (ma non era Frascati? E Piazza San Qualcosa? Mi sto perdendo dei pezzi.) …sì, ma lascia perde… devo pure mangia’… sì, che poi è un macello, me devo fa’ er farro, er minestrone passato, er petto de pollo… sì, nun ce poi crede… c’ho ’na panza, ho preso 7-8 kg in un giorno.”

In un giorno?!

La guardo meglio: in effetti ha una pancia gonfia che sporge in modo stranissimo, tanto che non mi stupirei se fosse rimasta incinta senza accorgersene.

Mentre continua a parlare (diciamo da sola… cerchiamo di non essere maliziosi, per favore) a volte si sposta, si mette di spalle e da come muove le braccia sembra che porti il cellulare all’orecchio. Quindi mi viene il dubbio che veramente stia parlando con qualcuno, ma poi riabbassa il braccio, perciò sono veramente confusa. Il tono della voce è sempre altissimo, le movenze sempre concitate, inizio ad avere paura.

Poi, però, l’amica Eliza apostrofa la coppia di signori anziani accanto a lei: “Scusate, sapete dov’è Piazza… Piazza San Qualcosa?” (Eh, bella mia, ma allora sei de coccio: te l’ha detto l’autista dove devi scendere, non t’è bastato?)

Ovviamente, e come dargli torto, i signori non lo sanno.

Parte una dissertazione in cui si alternano un po’ Via dei Coronari, un po’ la panza di 7-8 kg in un giorno e un po’ gli sguardi intimoriti dei due poveri vecchietti che per educazione continuano ad ascoltarla senza sapere bene cosa risponderle.

All’improvviso, il mio occhio cade su un dettaglio determinante: la borsa di Madame de Lapalisse. Dovete sapere che la nostra elegante Eliza total black ha una tracolla di Ralph Lauren Polo Sport.
Di plastica.
Trasparente.

(Per questioni di budget non sono un’esperta, ma mi sembra una di quelle confezioni che contengono il prodotto, piuttosto che una vera e propria borsa. In ogni caso, però, lei ha deciso di utilizzarla come tale, ignorando completamente l’evidenza – ma come, proprio lei che di cognome fa de Lapalisse? – per la quale in questo modo tutti i cazzi suoi sono in vetrina.)

Vedo nell’ordine: un pacchetto di sigarette e un accendino (ok, fuma… magari l’aiuta a stemperare lo stress di un lavoro di rappresentanza), un’agenda (…magari annota gli indirizzi dei posti in cui va, tipo Piazza San Qualcosa), una busta di plastica con Dio solo sa cosa dentro, un assorbente (…ancora niente menopausa, darling? Allora vedi che l’ipotesi della gravidanza non è da scartare!)

E poi… Lei: una boccetta di Lexotan. Mezza vuota.

Ora, lavorando in tv, so bene che una boccetta di Lexotan mezza vuota non si nega a nessuno. Quando i fiori di Bach sono ormai un ricordo lontano dei tempi dello stage, il Lexotan te lo porti dietro insieme al taccuino, la penna e il cellulare. Però questa secondo me non lavora in televisione. Questa ha un problema e nemmeno troppo piccolo.

Nel frattempo Eliza continua a blaterare di verdure, di intestini sofferenti e di come proprio non si spiega che solo ieri pesasse 7-8 kg di meno (ormai le credo, e infatti non me lo spiego neanche io) fin quando l’adorabile vecchietto non l’avvisa che siamo alla fermata vicino a Via dei Coronari e che deve scendere.

Eliza ringrazia cordialmente, saluta. E saluta l’intero l’autobus, a dir la verità: sventolando la mano, dice qualcosa come: “Arrivederci, cari, e buona giornata a tutti!” e poi scende.

Io la seguo con lo sguardo per assicurarmi che non stramazzi sul marciapiede, mentre mi chiedo preoccupata come farà a raggiungere Piazza San Qualcosa su quei tacchi e in quello stato. Ma non sono la sola a preoccuparsi.

“Certo che è strano…” chiosa il vecchietto, guardando la moglie “una così attenta al cibo, come avrà fatto a prendere 7-8 kg in un giorno?”

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