Di Minority Report e altre fusaje

09.09.2016

Vabbè, oggi mi tocca parlare di temi seri. Allora, sempre in un giorno di sciopero – però all’andata – sto sull’87 già pieno di tutti quelli che non esono riusciti a salire a Furio Camillo, ma che hanno comunque – poveri illusi! – l’esigenza di andare da qualche parte. Non siamo neanche arrivati a Re di Roma, che già la situazione si fa critica.

Ci pensa il solito immancabile vecchietto a dare il via alle danze: “Ahò, guarda quanti semo… L’unico felice oggi è l’autista, visto che a st’ora su st’autobus ce stanno solo pensionati in fin de vita! Almeno oggi pò pensà solo a guidà, mentre de solito se deve pure preoccupà de portà la gente al pronto soccorso in barella!”

Io un applauso glielo farei, ma lo spettacolo è appena cominciato e pare brutto.
“Non parli troppo presto, caro signore…” dice qualcuno dal fondo “ché con questo caldo tra un po’ il morto ci scappa!”

Ora io non sono una che ama fare scongiuri – almeno non quelli che prevedono l’utilizzo delle dita e delle proprie parti intime – ma stavolta un pensierino sto per farcelo. Mi fermo solo perché la voce dell’uomo che ha parlato mi ricorda tantissimo quella di un ragazzo che non vedo da parecchio tempo. Quindi mi giro per vedere se per caso sia lui.

In effetti non è lui, ma – porca miseria! – sono due gocce d’acqua: stessa voce, stessi capelli, stessi lineamenti, stessa statura, stesso modo di vestire… stesso (abbastanza evidente) orientamento sessuale. La stizza con cui si è espresso sembra presagire grandi cose per il proseguimento di questo viaggio, perciò decido di controllare se il vivace amico intenda soddisfare le aspettative che ha suscitato. Ogni tanto alzo l’occhio con nonchalance per controllare la situazione e, come sospettavo, arriva presto il momento in cui – yo, man! – la scena si fa interessante sul serio.

Dato che la gente a bordo è tanta, che fuori il sole è caldo e che qui in coda all’autobus il motore rombante alza la temperatura di parecchi gradi, il vecchietto delle barelle – forse perché conosce i suoi polli e non vuole finire come coloro che l’autista ogni mattina conduce all’ospedale San Giovanni – sta cercando di aprire il finestrino sopra la sua testa. Inutilmente, da quello che vedo.

Così chiede aiuto proprio al ragazzo di cui sopra, il quale però lo blocca subito, declamando a voce altissima: “Lasci stare, caro signore, perché quel finestrino non si può aprire. No, no. E mica perché sia rotto, sa? Perché qui è come alla spa, la sauna è inclusa nel prezzo! Vede quant’è generosa l’Atac?”.

Da un lato, penso che un euro e cinquanta per fare la sauna sia un prezzo tutto sommato ragionevole – a saperlo, mi portavo l’accappatoio… mai nessuno che ti avvisi delle offerte, oh! – dall’altro, però, non posso fare a meno di notare che alla battuta del vivace amico non ha riso nessuno e lui non l’ha presa tanto bene. Perciò, il tipo continua.

“L’Atac tiene ai suoi clienti fissi, vedete?”
Daje! L’amico parla al plurale, quindi non ce l’ha più solo col vecchietto: ora parla con tutti! Per non fare brutta figura, mi tocca annuire quando il suo sguardo incrocia il mio, sennò si offende… e io non voglio che si offenda.

“Ci regala la sauna, il bagno turco… e pure il massaggio tailandese, con tutti ’sti spintoni che ci stiamo prendendo! E tutto questo, signori, solo per un euro e cinquanta! Vedete quant’è buona l’Atac?”

Tutto sommato io sono fortunata, nella ressa del momento ho trovato posto a sedere, quindi non riesco a condividere il suo astio. All’improvviso, però, lo show prende una direzione del tutto inaspettata.

“Oh! A’ bello!” urla il nostro con un tono che non è più vivace, ma decisamente alterato, quasi preoccupato. “Guarda che t’ho visto! Mica puoi fare come ti pare a te, sa’?”

Oddio. E adesso con chi ce l’ha? Chi è che ha scatenato le sue urla nevrotiche?
Mi faccio largo con lo sguardo tra la folla e scorgo un ometto dimesso di evidenti origini esotiche, forse levantino, bengalese, indiano o anche solo banalmente islamico…

“Che c’è, fratello?” gli risponde quello con una voce che mi ricorda tanto il video di YouTube sulla pizza a domicilio, con il pollo, la pizza piccante, le fette intere e tutto il resto. “Dici a me, fratello?”
“Io non so’ tuo fratello, bello mio. E leva quelle mani dalle tasche, ché solo perché i signori so’ cinesi, tu non è che gli puoi rubare il portafoglio, sa’?”

Aspetta. Aspetta. Aspetta. La questione si è fatta all’improvviso sociale e – a giudicare dal sopracciglio alzato e dubbioso dei miei vicini – direi che non sono l’unica ad averlo notato. Voglio vedere come evolve prima di pronunciarmi in maniera più approfondita.

“Non capisco, fratello. Che ho fatto?”
“Ancora niente, bello. Ma solo perché ti ho fermato in tempo.”

Eccolo là, è arrivato Minority Report. A questo punto, tutti noi che abbiamo assistito alla scena dall’inizio – e ci si riconosce da come ci siamo sporti in avanti contemporaneamente per sentire meglio – iniziamo a farci delle silenziose, ma esistenziali questioni.

(Vivace amico dalla parlantina sciolta – stiamo probabilmente pensando tutti in coro– noi non ti conosciamo. Noi non possiamo sapere se professi liberamente la tua omosessualità o meno, noi non vogliamo sapere se combatti a gran voce per il riconoscimento dei tuoi diritti, non sappiamo neanche se presumendoti gay commettiamo il tuo stesso errore… ma come la prenderesti se adesso qualcuno di noi venisse ad accusarti di cose che non hai fatto o a fare insinuazioni sulla tua moralità, solo in base a come appari? Non sarebbe mica bello, eh! E se adesso l’omino te ne canta quattro? Come la mettiamo? Lo sai come dicono quelli che hanno studiato… nessuno è colpevole finché non si dimostra che abbia commesso il fatto, no?)

L’omino, però, è ancora più illuminato di noi e delle nostre sopracciglia alzate e dubbiose. Fa un bel sorriso e dice: “Fratello, io fatto niente. Io tengo mani in tasca perché ci ho legumi”.

Dalla sua tasca estrae con la mano destra un pugnetto di bruscolini (o fusaglie, o lupini, o semini, o chiamateli come vi pare perché da dove sto io non si vede benissimo) e glieli porge, sempre con lo stesso sorriso. “Vuoi uno, fratello?”

Colpo di scena, siore e siori!
L’amico vivace perde all’improvviso tutta la sua vivacità e – davanti a quella mano tesa, a quel mucchietto di fusaglie e a quel disarmante sorriso fatto di denti, buchi e capsule dorate – è costretto a nascondere il suo disgusto igienico sotto la pesante coltre di un’evidente figura di merda.

(L’omino mangiava fusaglie e tu l’hai accusato di essere un depredatore di cinesi ignari… Proprio tu che – outing o no – probabilmente vai in giro a urlare che non si deve giudicare un libro dalla copertina? Dài, non si fa. E poi, se non l’hai visto, guardalo Minority Report… Spielberg era ancora abbastanza in forma, all’epoca).

Qualche fermata dopo, l’omino islamico e il vivace amico hanno trovato posto uno accanto all’altro, nella fila dietro alla mia e mangiano bruscolini insieme. L’omino racconta l’epopea che lo ha portato in Italia e l’amico gli racconta i disagi a cui va incontro ogni mattina in quanto utente del trasporto pubblico.

I racconti hanno uguale dignità e l’interesse con cui i due si ascoltano è uguale è reciproco. Ridono, annuiscono, a volte si danno un colpetto di gomito. E quando arriva il momento di separarsi si stringono la mano e si augurano in bocca al lupo. Mentre il vivace amico si assicura dal marciapiede che l’omino sia rimasto a sedere, io penso che per fortuna “tutto è bene quel che finisce bene”.

In fondo, Colin Farrell glielo aveva detto in tutte le lingue a Tom Cruise che i precog a volte non funzionano. Stavano in America, che cavolo, se il servizio non funzionava da loro, ti pare che può funzionare bene da noi?

Autrice giuiasoi.com

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