Vent’anni dopo il fantasma di Tom Joad

10.14.2016

Lei se lo ricordava bene quel periodo incantato e di merda della sua vita in cui lei era Aidi e uno spilungone di 1 metro e 96 era Alex.

Si ricordava che tutto era magico anche se faceva cagare e che qualsiasi cosa accadesse aveva uno spessore mistico, quasi letterario.

Si ricordava che ogni singola cazzata meritava una poesia, un pianto ma anche un sorriso, un disegno a pennarelli colorati e un appunto sul diario.

Si ricordava che quando quello spilungone sorrideva, i raggi argentei dell’affetto che emanava potevano arrivare fino in fondo al cuore.

E si ricordava anche che, per ogni singolo cm quadrato di gioia, provava una clamorosa fitta di dolore per il senso di colpa che non la lasciava mai. Perché lo sapeva, che l’avrebbe fatto soffrire. Che l’avrebbe deluso. Che gli avrebbe fatto del male.

E infatti l’ha fatto soffrire, l’ha deluso e gli ha fatto del male.

E spesso lo faceva con un bagliore luciferino negli occhi, che tradiva tutta la sua soddisfazione nel sentirsi zoccola. Perché era lei, perché era lui, perché era l’altro.

Sentiva che avrebbe potuto continuare a ricordare per ore, per giorni, per anni.

E di fatto era quello che faceva, mentre in un angolo egocentrico della sua mente si chiedeva se per caso ogni tanto anche lui, quando la moglie era impegnata e il figlio dormiva, non si fermasse ogni tanto a ricordare…

Non aveva una risposta. Non ce l’avrebbe mai avuta. Bisognava accontentarsi di un silenzio inquietante, che comunque sarebbe sempre stato meglio della triste indifferenza che li legava ogni volta che per caso i loro sentieri si incrociavano.

In effetti, lei glielo aveva sempre detto… ti volevo bene, ma una parte di me ti amava. E ti ama ancora, anche se tu ormai non esisti più…

Purtroppo, lei a quella contraddizione non sapeva davvero trovare una risposta. Anche lì, solo un ricordo. O meglio, una canzone: “The ghost of Tom Joad”.
Che, a vent’anni di distanza, le faceva male come fosse ancora aprile del 1996.

Le faceva male come se lui e lei fossero ancora a Granada a fare cose di cui si sarebbero pentiti per anni…
Le faceva male come se non avesse ancora mai fumato in vita sua…
Le faceva male come se ci fosse ancora quel qualcosa per cui valeva la pena di mettersi a urlare come i pazzi fino allo sfinimento…
Le faceva male come se certe cose se le portasse ancora dentro — da quell’odore stomacante all’angolo della bocca, a quella camera da letto in cui evidentemente c’era troppa gente, a quella bottiglia di vetro che chissà perché non si è più frantumata…
Le faceva male come se tutto non fosse mai finito, diciamo.

L’unica differenza è che oggi, in “The ghost of Tom Joad” la chitarra elettrica la suona Tom Morello mentre lei, all’epoca, i Rage against the machine non sapeva neanche chi cazzo fossero.

 

Autrice giuiasoi.com

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