Amnistia!

10.18.2016

Era successo tutto così all’improvviso che nemmeno avevamo avuto il tempo di capire. Tutto in un attimo: l’annuncio alla radio, le urla in strada, la gente alle finestre.

Improvvisamente, la primavera si era tramutata in estate, l’incubo in un sogno, la morte in resurrezione. Era davvero finita e tutto, in quell’istante senza tempo, in quell’angolo di mondo sospeso tra paradiso e inferno, sembrava reale come non lo era mai stato prima.

L’aria calda che saliva dal basso si scontrava con il vento fresco e ribelle che giungeva dalla baia, a pochi isolati di distanza, e si amalgamava con un’armonia senza tempo nell’unico giorno di festa che San Francisco non avrebbe mai più dimenticato.

Ogni finestra, alla fine di Market Street, si era spalancata ad accogliere l’incredibile novità riversatasi sulla città, ormai provata da quell’agonia durata ben oltre il sopportabile.

Panni stesi, volti grati, un cable car fermo. E non era fermo per la consueta inversione di marcia che i guidatori da sempre erano costretti ad eseguire a braccia, nella piazzetta alla fine della Market, spingendo i veicoli su se stessi e permettendo loro di riprendere il loro tragitto in senso inverso. Il cable car si era fermato per concedere ai suoi passeggeri di festeggiare, di sfogare la propria incontenibile gioia insieme ai passanti: insieme ai figli dei ricchi che per l’occasione erano usciti prima dal collegio, insieme ai poveri che avevano trovato la forza per alzarsi dai loro giacigli ai margini del viale, insieme alle massaie che fingevano di stendere il bucato sciorinando invece al sole i bianchi vessilli della loro speranza liberata.

Benjamin ed io eravamo arrivati poco dopo l’inizio del magico spettacolo, avevamo esitato giusto il tempo necessario a trovare il coraggio di pronunciare quelle parole troppo gelate per sciogliersi al sole.

“È finita…”

“…ce l’abbiamo fatta!”

Ci eravamo appollaiati sulle scale accanto alla bottega del vecchio Quentin ed eravamo rimasti ad ammirare senza fiato la potenza travolgente di un popolo che finalmente riusciva ad annusare l’esistenza dei propri desideri.

San Francisco era libera, finalmente vittoriosa, felice e bella come non aveva immaginato di poter essere. Erano liberi i pescatori genovesi, era libera la comunità asiatica, erano liberi gli emarginati di Haight-Ashbury. Tutti erano liberi in quel momento ed erano liberi di vivere quel primo giorno di una nuova vita senza sospetto e senza paura.

La luce dorata del sole che riluceva sul lastricato sembrava il migliore degli auspici per un popolo che, dall’indomani, avrebbe dovuto iniziare a chiedersi chi fosse veramente, a domandarsi a chi dovesse appartenere ora che il padrone era morto.

Ma domani era ancora ben lungi da venire. In quel preciso momento, per noi contavano solo i panni stesi, i volti grati, il cable car fermo.

…Amnistia!

…Il re è morto, viva il re!

 

Autrice giuiasoi.com

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