Ferite autoinflitte

10.19.2016

Ho tre piercing… tre ferite… tre momenti che non si dimenticano.

Il primo, dicembre 2000.

Era l’Erasmus, l’anno in cui me ne sono andata di casa, l’anno in cui finalmente sarei dovuta diventare quella persona meravigliosa che il contesto mi impediva di essere. E invece sono finita a fare la merda ad ogni singola occasione in cui mi capitava.

La vodka redbull mi faceva prendere sempre la decisione peggiore, convincendomi che fosse la più figa. Ma poi forse non era neanche la vodka redbull, forse ero prorio io. E alla fine dell’anno avevo perso un amore, un amante e quattro amiche (anche se forse nessuno di loro era veramente tale).

Ma ora ho un forellino sulla parte alta del padiglione destro che non mi permetterà mai di dimenticare quanto sia facile fare cazzate.

Il secondo, settembre 2006.

Era l’estate dei mondiali, l’estate in cui Cannavaro, Grosso e tutti gli altri ci hanno fatto sentire come ci eravamo convinti che non potesse mai accadere. Ed era l’estate in cui mio padre se n’è andato di casa, dando il via alle sequela di cazzate più ininterrotte e poco credibili che si sia mai vista nel quartiere e non solo. Era l’estate in cui ancora credevo che a tutto ci potesse essere rimedio. Era l’estate in cui ho visto crollare le fondamenta su cui era basata la mia vita.

E come darmi torto? Mentre facevo il trenino avvolta in un tricolore, mica lo sapevo che mio padre aveva appena gettato la maschera e sbattuto la porta di casa.

Ma ora ho un forellino quasi sulla mandibola destra che non mi permetterà mai di dimenticare che nessuno è veramente chi dice di essere.

Il terzo, ottobre 2010.

Era l’anno in cui avevo finalmente raggiunto il mio Ovest.

L’indipendenza, il matrimonio, la California.

Era l’anno in cui finalmente la piccola Ariel varcava la sua linea d’ombra, l’anno in cui si trasformava finalmente ne Latelescrivente. Moglie felice, viaggiatrice soddisfatta, autrice televisiva.

Ma fu anche l’anno in cui cadde il velo sulla potenza dei sogni realizzati. Che in realtà non esiste.

Quello fu l’anno in cui la mia più grande vittoria diede il la alla mia più grande sconfitta. Perché fu il momento in cui ho capito chiaro e forte che il bello sta nel viaggio, non nella meta. E quando arrivi alla meta, rimane solo il grigio della monotonia… fino a che non salta fuori un’altra meta da raggiungere.

Ma mica sempre salta fuori.

Ma ora ho un forellino sulla parte alta del lobo destro che non mi permetterà mai di dimenticare che, una volta che sei cresciuto, sei fottuto.

 

Autrice giuiasoi.com

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