Non è (più) la rai

04.19.2017

Mia madre si dannava l’anima quando (cit.) “passavo due ore tutti i pomeriggi a guardare un branco di sgallettate che si dimenavano al ritmo di quella canzone, che poi è sempre la stessa, ma non ne hanno un’altra?

Di fatto, proprio non riusciva a capire perché sua figlia, riservata e composta, con la testa sulle spalle e la media dell’otto abbondante in pagella, si abbrutisse quotidianamente davanti a quello che tutti definivano vuoto pneumatico. In realtà, la causa di quella mia passione folle io la sapevo benissimo, ma come potevo spiegargliela? Come potevo dirle, con l’aria seria e determinata che covavo nella mente, che stavo studiando il mio futuro?

Non avrebbe capito e probabilmente si sarebbe anche preoccupata per la mia dignità personale, cosa che forse starà capitando anche a chi legge. La verità, però, era che le sue ansie erano del tutto immotivate, perché la mia passione non era rivolta a Please don’t go, né ai tuffi in piscina, né al maledetto nome della nonna di Mary Patti. Io ero completamente ammaliata proprio da quel vuoto pneumatico, o meglio dai meccanismi dell’universo televisivo che quel vuoto permetteva chiaramente di vedere.

Ascoltando bene quello che diceva Ambra, infatti, potevi imparare che lo spazio di trasmissione tra una pubblicità e l’altra si chiama blocco, che gli sponsor possono essere coinvolti nei giochi a premi, ma anche nell’abbigliamento dei protagonisti e nelle grafiche in sovrimpressione, che la regia comunica costantemente con i conduttori, che quando si resta in onda più del dovuto si dice che si sfora, che le esibizioni in scena si possono ripetere a patto che vengano alternate con un buon equilibrio, che è compito dell’assistente di studio avvisare il conduttore di ogni imprevisto o modifica estemporanea.

Osservando con attenzione quel dietro le quinte che, a differenza di tutti gli altri, Gianni Boncompagni si ostinava a rendere visibile, potevi vedere varie persone in cuffia, intente a controllare la scaletta e sempre pronte a fuggire quando si accorgevano di essere inquadrate. Io le vedevo benissimo quelle persone, le cercavo con attenzione e col tempo ho iniziato a capire di voler essere come loro. Come gli autori.

Ecco, guardando Non è la Rai io ho deciso da grande avrei fatto l’autrice. E se ci sono riuscita, dev’essere perché Gianni Boncompagni è stato un ottimo maestro per la me stessa adolescente.

Ora che non c’è più, mi resta il grande rammarico di non aver avuto la possibilità di lavorare con lui e di aver potuto solo sentire i racconti di chi, avendolo conosciuto in tempi recenti, me ne ha riportato solo lo sbiadito ritratto di un uomo stanco e ormai in là con gli anni.

Sin dai tempi di Bandiera gialla, come regista, conduttore e autore, Boncompagni ha replicato un solo e grandioso format di successo, basato sulla messa in onda del divertimento puro e privo di particolari vincoli strutturali. Per cinquant’anni non ha fatto altro che prendere squadroni di giovani, collocarli in ambienti simbolo di socialità e spensieratezza e lasciarli liberi di esprimere tutta la solarità e la gioia di vivere propria della loro età. E a me questa, al di là delle note polemiche e dicerie, sembra una gran cosa.

Nel tempo del reality selvaggio, della docufiction spietata e del factual senza ritegno, posso dirmi fortunata per aver lavorato con uno dei suoi autori e per aver partecipato a uno degli ultimi programmi che ancora si alimentava di quel divertimento, di quella mancanza di vincoli strutturali, di quella volontà costante di inquadrare il dietro le quinte.

Certo, quei programmi lì non piacciono mica a tutti.

Ma d’altronde, come dice Joe E. Brown a Jack Lemmon in A qualcuno piace caldo… beh, nessuno è perfetto.

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