Non urtarmi… non ti sento!

05.03.2017

Questa storia inizia con una punta di vanità da parte mia, in quanto spero che le due persone con cui ho interagito siano tra coloro che la leggeranno. Sul serio, perché sarebbe bello che vedessero la situazione da un punto di vista che non sia il proprio.

Detto questo, entriamo nel vivo della narrazione.

Arriva la metro: non è pienissima, ma neanche vuota.

Io sono la prima a entrare dalla mia porta e cerco di farlo velocemente perché sono consapevole di indossare — ahimè, devo salvaguardare la schiena per vari motivi — sulle spalle uno zaino piuttosto voluminoso.

(Attenzione, ho anche le cuffiette nelle orecchie, ma non ho ancora avuto ancora il tempo materiale di far partire la musica. Quindi sento tutto quello che accade attorno a me, anche se le persone pensano di no.)

Mi muovo con l’intenzione di andare verso il posto che occupo di solito, ovvero nella giuntura tra due vagoni, dove c’è spazio in mezzo e una parete libera contro cui posso appoggiarmi e schiacciare lo zaino, al fine di occupare meno spazio vitale (altrui) possibile.

A me sembra la cosa più sensata da fare, visto che allo zaino non posso rinunciare; sono comunque aperta a suggerimenti che possano arrecare meno disagio agli altri.

(Che poi, se vogliamo essere precisi, non c’è neanche troppa gente a bordo. Certe volte mi produco in elaborate quanto apprezzatissime contorsioni, che vengono riconosciute e lodate. Questo, però, accade quando c’è collaborazione a bordo. In questo caso, temo, non ce n’è.)

Consapevole di tutto ciò e sempre con le cuffiette nelle orecchie, cerco di affrettarmi a compiere la mia missione: prima di tutto non voglio dar fastidio a nessuna delle persone in piedi lungo il corridoio e poi voglio andare a piazzarmi nel mio angoletto, prima che me lo rubi qualcuno senza zaino.
Nel fare questo, però, urto inavvertitamente una signora, ovviamente per colpa dello zaino. È una roba leggera che percepisco mentre pronuncio un paio di volte a voce non alta e non bassa la parola “permesso”. Dopodiché, nel giro di mezzo metro, mi avvito su me stessa, mi piazzo al mio angoletto , giusto accanto alla signora di cui sopra con amica al seguito.

Da quando sono entrata nel vagone a questo preciso momento della narrazione, sono passati sì e no 15 secondi. Sono entrata, ho chiesto due volte permesso, ho fatto la piroetta e ho alzato la testa.

Tutto chiaro?

Bene, procediamo col racconto di cosa sentono le mie orecchie perché — vi ricordo — ho sempre le cuffiette, ma non ho ancora spinto play, ergo l’equivoco audio è ancora in atto.

“Eh certo, perché cor quasi che qualcuno te chiede ancora scusa oggi giorno…”

“Ma perché, t’ha urtato?”

“E che n’aaai vista? N’artro po’ e casco…”

“E ‘n’t’ha detto niente?”

“E no, see, figurate. Vajelo a spiega’ er rispetto a questa.”

Ora. Lasciatemi sorvolare sull’accento, sul linguaggio, sulla supponenza e sulla pettinatura anni ’90 del soggetto in questione, per quanto essendo io campionessa europea di tutte e 4 le discipline potrei facilmente ottenere una vittoria schiacciante. Rimane il fatto che io sarei la classica maleducata, che con la sua cafonaggine tormenta i rispettabili passeggeri del servizio pubblico.

Io! Capito? Io! Mi scuserete, se ho difficoltà ad accettare questa accusa. Pertanto alzo la testa, sfilo una delle cuffiette dalle orecchie e guardo la signora dritto negli occhi.

“Signora, immagino che stia aspettando le mie scuse e gliele sto per fare. Se non l’ho ancora fatto è perché la mia priorità era quella di arrivare qui e schiacciare lo zaino contro il muro per infastidire il minor numero di persone possibile e in poco tempo. Grazie per la comprensione.

Zitta. Muta. Muta, devi stare. Perché l’espressione allibita del tuo volto tradisce tutta la tua consapevolezza della figura di merda che hai appena fatto. Accetta il consiglio, ché se taci è meglio.
Eppure, lei parla. E, abbozzando un sorriso, dice:

“Certo. Ci mancherebbe.”

Ci mancherebbe?

Ci mancherebbe??

Ci mancherebbe ‘sto cazzo. Uh, se ci mancherebbe.

Ma siccome a differenza della signora io sono una che — zaino o no — sa stare al posto suo, scelgo di non rispondere, mi rimetto le cuffiette e finalmente spingo play.

(“Sha la la la lee”, Small Faces, 1966. Nel caso interessi.)

Mi accontento di godere dell’imbarazzo della signora, che non sa più dove guardare e che, per i prossimi 15 minuti, è costretta a tenere lo sguardo fisso a terra in quanto la sfiga vuole che lei ed io stiamo andando nello stesso posto.

Prossima fermata, Lepanto. Uscita lato… sinistro.

 

Autrice giuiasoi.com

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