Il braccio violento della comunicazione

05.08.2017

The circle è un film che ho voluto vedere al cinema: James Ponsoldt alla regia, sceneggiatura di Dave Eggers, protagonisti Tom Hanks e Emma Watson, il film racconta la vita all’interno di un’azienda che ha lanciato un mastodontico e diffusissimo social network. Facebook, praticamente. Con tutti suoi like, le sue condivisioni, la violazione della privacy e la necessità smodata di cibarsi degli affari altrui e di esporre i propri.

Al di là del mero parere sul film, difficile da esprimere dato che la narrazione non prende volutamente posizione sull’epocale tema trattato, ciò che mi ha colpito è la riflessione nata al termine della visione.

Condividere è prendersi cura, recita una delle principali linee guida che i vertici aziendali di The circle hanno — cortesemente da un punto di vista formale, ma all’atto pratico in maniera dispotica — imposto ai propri dipendenti, nonché primi utenti del social.

Eccolo. Sta tutto lì, il messaggio del film.

Proprio come hanno fatto gli ateniesi in politica 2.500 anni fa — mi si perdoni l’accostamento estremo — nell’ambito della comunicazione il web ha messo in atto una rivoluzione senza precedenti. In linea generale, infatti, ha reso il flusso di contenuti libero, accessibile, democratico.

Non mi riferisco, ovviamente, ai contenuti sensibili e alle famose verità nascoste che tutti inseguiamo e che forse non conosceremo mai, neanche ideando il social network definitivo. Parlo piuttosto della facilità estrema di veicolare contenuti che, oggi, chiunque ha. Fino a venti anni fa circa, chi voleva essere ascoltato, mostrare il proprio talento o più semplicemente diventare famoso, era costretto a passare per i canali di comunicazione tradizionali e avere una storia molto forte da raccontare, o magari le conoscenze giuste oppure molti, ma molti soldi.

Oggi, invece, basta accedere a internet e scegliere una delle varie opzioni a disposizione: post, foto, video, diretta. Tutto quanto può fare spettacolo, in pratica (…e quanto vorrei conoscere il parere di Emilio Ravel e Brando Giordani sulle attuali declinazioni del loro celebre motto datato 1976.)

Ciò implica, da un lato, l’abbattimento di quelle pesanti barriere che a lungo hanno impedito all’uomo della strada di far sentire la propria voce; dall’altro, però, comporta anche un regime di concorrenza liberissima e tutt’altro che perfetta. L’accesso democratico, a tratti anarchico, alla comunicazione 2.0 genera infatti un paradosso interessante.

Se tutti possono parlare, tutti parleranno.

Se tutti parlano, nessuno ascolterà.

Se nessuno ascolta, che parleremo a fare?

Il brusio di fondo è continuo, omogeneo e finisce per rivelarsi una prova schiacciante dell’inflazione di messaggi a danno degli utenti; diventa il simbolo di una pesante confusione tra sorgente e destinatario; afferma il parziale fallimento di quella libertà iniziale che ha scatenato il brusio stesso. Dunque, colui che all’inizio di questo ragionamento voleva essere ascoltato, mostrare il proprio talento o più semplicemente diventare famoso, si trova in un’impasse da cui uscire al più presto per raggiungere l’obiettivo.

Un rapido giro su qualsiasi piattaforma social dimostra — e così fa anche lo stesso The circle — che la via più rapida e più diffusa per risolvere il temuto stallo alla messicana è una sola: la violenza. Senza voler necessariamente scomodare Plauto, Erasmo da Rotterdam, Sir Thomas Hobbes e tutti coloro che, molto più degnamente di me, hanno ragionato sul concetto di homo homini lupus, non c’è dubbio che — in assenza di contenuti eclatanti — uno dei modi più in uso finora per far prevalere il proprio messaggio su quelli altrui sia l’aggressività verbale, la critica selvaggia, l’attacco alla cieca. In una parola, il flame, che parte istantaneo e a volte immotivato non appena se ne presenti l’occasione, in una corsa forsennata che dovrebbe condurre il soggetto emittente all’agognata meta.

Quale sia la meta non è ben chiaro. Se il messaggio la meriti, ancora meno.

A mio modesto parere, basterebbero gli ultimi due enunciati a spiegare perché sia proprio l’aggressività verbale il modo più in voga per ottenere visibilità: questi colpi alla cieca, vibrati per andare avanti a ogni costo, si rivelano fendenti dietro cui si nascondono le falle della condizione di partenza e dei cui effetti nessuno si preoccupa particolarmente.

Non chiedono mai il permesso prima, ma non hanno problemi a chiedere perdono dopo ammette verso la fine di The circle il personaggio interpretato da Karen Gillan (…curioso, proprio lei che nella serie Selfie si faceva paladina della vita da social, del like ad ogni costo, del retweet selvaggio!) In fondo, una rettifica stilata in poche righe è un obolo che si paga senza remore, quando si sono già ottenute visualizzazioni e condivisioni da parte degli utenti.

A questo punto, si potrebbe pensare che quest’ondata di cattiveria sia relativa solamente al web e al periodo in cui viviamo, ma sarebbe un errore. Le radici remote del connubio tra comunicazione e cattiveria sono ben raccontate, ad esempio, in Feud: la nuova serie antologica creata da Ryan Murphy per FX narra come nel 1962 la rivalità letale tra Joan Crawford e Bette Davis segnò pesantemente le riprese del film Che fine ha fatto Baby Jane?, ma contribuì allo stesso tempo a decretarne il successo.

Se le dive vanno d’accordo, sarà un flop; rendetele rabbiose l’una verso l’altra, e arriveranno successo e gloria. In una sorta di complotto superiore, questo fu il modus operandi adottato dagli studios, dal regista Bob Aldrich, dalla stampa e — inevitabilmente — anche dalle attrici stesse, che finirono per impegnarsi in una infinita lotta senza esclusione di colpi e con magistrali picchi di cattiveria.

Generalizzando per eccesso, sembra dunque che chiunque voglia essere ascoltato debba tirar fuori le unghie e colpire ogni qual volta se ne presenti l’occasione, a prescindere dal mezzo.

Tale consapevolezza, però, conduce a un altro valido interrogativo: cosa avrebbero combinato Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio se si fossero trovati entrambi ospiti a Porta a porta? Si sarebbero accapigliati come ossessi sui comportamenti di Laura e Fiammetta e avrebbero preso a denigrare l’uno l’opera dell’altro? E se Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli avessero avuto un profilo Twitter? Si sarebbero taggati e fulminati l’un altro a suon di settenari al vetriolo in rima baciata? Secondo me, no. E per due motivi: il primo è che nel loro tempo le persone erano troppo occupate a non morire di fame, di pellagra o di vaiolo per stare a sentire le polemiche tra intellettuali di successo; il secondo è che, in quel tempo, gli intellettuali– non avendo a disposizione i mass media contemporanei — non erano poi così di successo, almeno non nel modo a cui si è abituati oggi.

Senza utenti e senza soldi, insomma, non c’è nessun bottino da accaparrarsi, non c’è nessuna faida da vincere a ogni costo, non c’è nessun motivo di togliere il guinzaglio ai rottweiler. Questa consapevolezza potrebbe lasciare un po’ di amaro in bocca a chi sceglie di vederla come me, ma c’è da dire che al riguardo io un avvertimento preciso l’ho ricevuto ormai 13 anni fa, nel momento in cui ho iniziato a muovere i miei primi passi nel mondo della comunicazione in generale e della televisione in particolare.

“Volete fare questo lavoro?”

Disse a me e ai miei giovani colleghi dell’epoca uno dei nomi di spicco della storia della TV italiana. “Buon per voi, ma preparatevi a bere un bicchiere di merda al giorno, per ogni singolo giorno che continuerete a farlo.”

Una delle previsioni più veritiere che mi siano mai state fatte, devo ammettere. Sono anni che spero di poterla contraddire, eppure non è ancora accaduto.

 

Autrice giuiasoi.com

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