Era il cantante dei Soundgarden

05.18.2017

Era l’inizio dell’estate del 2000. Era uno di quei rari momenti della vita che si riescono a definire perfetti ed era già qualche tempo che Euphoria morning girava per negli stereo del nostro gruppo.

“Oh, finalmente l’ho sentito! E’ bellissimo, vero?” Avevo detto io, alla continua ricerca di una consacrazione musicale e di un rispetto che ancora mi veniva negato perché 6 anni prima avevo preferito il Greatest Hits di Bon Jovi all’Unplugged dei Nirvana.

(C’avevano pure ragione, per carità, ma negli anni sono riuscita a darmene una spiegazione costruttiva.)

“Ma che cazzo ne vuoi sapere, tu?” mi aveva risposto lui, con quella faccia che mi ricordava al momento giusto quanto non contassi nulla nell’ordine supremo delle cose.

“E’ l’ultimo disco di Chris Cornell, perché non lo devo sapere?”

“Perché tu neanche lo sai chi cazzo è Chris Cornell.

“Ma figurati se non lo so…” Lo avevo detto, ed era vero. Ma già sentivo montare la rabbia perché per l’ennesima volta quello che dicevo io non contava un accidente.

Quell’altro, nel frattempo, si gustava la scena da una parte sbellicandosi come al solito dalle risate, anche se in fondo non aveva poi granché da ridere.

“Beh, visto che lo sai dimmi in che gruppo cantava.”

Soundgarden. Una parola, dieci lettere. Le dovevo solo dire, che ci voleva? E ci avevo provato, diverse volte; ma non ci ero riuscita. Le lettere se ne stavano lì, pronte a scivolare giù dalla bocca, ma proprio non ce la facevano: le bloccava la consapevolezza che il mio meglio, là in mezzo, non sarebbe mai stato abbastanza per nessuno.

“Dai, forza. Dimmelo…” Silenzio. Soundgarden. Silenzio. Soundgarden. Silenzio. Dai. Niente. “Lo vedi che non lo sai?”

Dovevo veramente dire qualcosa, ma non ci riuscivo. E alla fine non avevo trovato di meglio che guardare altrove, corrucciare lo sguardo e bofonchiare: “Ma certo che lo so. Chris Cornell era un amico di Jeff Buckley e gli amici di Jeff Buckley sono amici miei.”

Niente di meglio. E neanche di troppo vero, visto che al momento avevo per le mani qualche disco di Jeff Buckley ma di certo non era diventato il mio cantante preferito e molto probabilmente non lo diventerà mai. Era la mia curiosità del momento, ma comunque non portava con sé il semplice concetto di Soundgarden.

Lo sguardo condito di sbeffeggiamento e compassione non mi mollava, con l’eco di una risatina che, ancora non espressa, serpeggiava infida nell’aria afosa di fine giugno.

Black hole sun, won’t you come… volevo urlare ad alta voce come fosse l’unica carta rimasta da giocare, per garantirmi un briciolo di dignità …wash away the rain, black hole sun: won’t you come? Lo volevo addirittura cantare con quei due spicci di voce che avevo all’epoca, ma niente.

Tutto quello che riuscivo a dire, cercando di prolungare quella battaglia priva di senso, eno parole silenziose che rimanevano, frustrate, a tuonare nella mia mente ferita ancora una volta.

“Sì, come no… Jeff Buckley. Dillo che non lo sai, tanto nessuno si aspetta il contrario.”

Il rumore della porta che sbatteva fu la mia risposta all’ennesimo sfottò.

Nell’ascensore, quell’altro mi guardava senza sapere bene se consolarmi o continuare l’opera di satira politica adolescenziale, che aveva iniziato il suo compare e che io ero riuscita a interrompere solo andandomene senza concludere la discussione.

Lo avevo fissato con astio, quel tipo di astio che — dio solo sa perché — nella vita sono riuscita a riversare solo ed esclusivamente contro di lui, e avevo respirato a fondo.

Soundgarden.” Avevo detto e mentre lo dicevo sentivo affiorare al lato della bocca un ghigno sconsiderato e completamente fuori luogo.

“…lo sapevi?”

“Certo, che lo sapevo. Che ti credi?” Io, una pazza. Lui, anche peggio.

“E perché non l’hai detto?” Eh, a sapertelo spiegare.

Come spiegare che mi ricordavo benissimo quel VHS di qualche anno prima in cui, tra i tanti videoclip registrati da MTV, il video di Black hole sun finiva ogni volta per ipnotizzarmi? Come spiegare il discreto tormento ormonale che la visione di Cornell mi procurava ogni volta che mi ci imbattevo? Come spiegare che, negli ultimi anni, ero diventata una discreta appassionata dell’ondata grunge proveniente da Seattle, anche se — ahimè — in passato avevo commesso l’errore di preferire pubblicamente Bon Jovi ai Nirvana?

E niente, non potevo.

Erano talmente tante le cose che non potevo fare con quei due, che una in più non avrebbe fatto differenza. Quindi, non rimaneva altro da fare che sventolare bandiera bianca e aspettare di cambiare argomento.

Un’altra volta.

Purtroppo, non ero più lì un anno dopo adire la mia quando Chris si andò a unire al resto dei Rage against the machine per formare gli Audioslave. Se fossi stata interrogata su quello, mi sarei rivelata preparatissima oltre che molto curiosa di sapere come se la sarebbe cavata al posto di Zach de la Rocha e di sentire come avrebbe interpretato Killing in the name of.

Per questioni storiche, quel secondo dialogo non avvenne mai, come non ne avverrà nessuno oggi per commentare con stupore che Chris Cornell non c’è più. Cercherò di ignorare le mille indagini che si susseguiranno nei prossimi giorni, al fine di creare il tradizionale mistero a tinte fosche che — a quanto pare — deve per forza nascondersi dietro la morte di una rockstar. E continuerò comunque a sentire Bon Jovi, quando mi va.

Allo stesso tempo, però, posso ammettere pubblicamente che oggi è scomparso un grande e che io so chi fosse, anche se c’è qualcuno su questo pianeta che non mi darà mai la soddisfazione di ammettere che è vero.

Autrice giuiasoi.com

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