Quando i numeri uccidono le storie

07.20.2017
“L’hanno chiusa.

Per un appassionato di serie televisive, questa è una delle frasi che incute più terrore in assoluto sulla faccia della terra. Perché dopo mesi, o magari anni, trascorsi a soffrire, gioire, in una parola vivere insieme a personaggi che abbiamo imparato a conoscere puntata dopo puntata, c’è solo una domanda a cui vorremmo dare risposta: come andrà a finire?

Tanto per dire, dopo 15 stagioni di E.R. Medici in prima linea, siamo stati in molti a rimanere muti e con le lacrime agli occhi davanti a uno schermo con nero, con l’amara sensazione di essere stati licenziati dal Policlinico Universitario di Chicago.

Dopo 6 stagioni di Downton Abbey, in parecchi si saranno sentiti essere invitati in prima persona al matrimonio di Lady Edith.

Persino dopo 7 stagioni di Pretty Little Liars, chiunque avrebbe perso il sonno se non avesse potuto finalmente conoscere l’identità del misterioso A. e del suo successore A.D.

In molti casi, però, questo glorioso scioglimento della convivenza continuativa con i nostri cosiddetti amici parasociali rimane sospeso, bloccato a metà nell’etere, a causa della spietata consapevolezza che — per l’appunto — “l’hanno chiusa.

Un giorno ci si sveglia e si scopre che non avremo mai più la possibilità di sapere cosa succede ai nostri eroi, che saremo condannati per sempre a chiederci cosa li attendesse al varco e (in alcuni casi particolarmente disperati) come faranno adesso senza il nostro supporto incondizionato.

A cosa si deve imputare questa sgradevole sensazione? Naturalmente dipende dai casi, ma in genere la risposta è sempre la stessa: 

i numeri.

Se gli ascolti sono bassi, non c’è niente da fare: anche la serie più pregiata non ha speranze di sopravvivere e l’elenco degli esempi è lungo. Perciò peschiamo a caso.

C’è stata FlashForward, molto discussa ma anche molto amata, che è stata stroncata da un mix di ascolti bassi e da un intreccio di diritti d’autore che — nel conflitto di interessi tra autore e network — non avrebbe potuto proseguire neanche volendo.

C’è stata Alcatraz che — nonostante JJ Abrams, Jorge Garcia di Lost e una storia che poteva ancora avere il suo perché — è stata chiusa al termine della prima stagione mentre sul set già si dava vita alla seconda. Morale della favola: tutti coloro che si chiedevano cosa si nascondesse all’interno delle solide mura del carcere californiano si sono dovuti accontentare di una pesante craniata al suolo della protagonista.

C’è stata The event, la serie con uno dei finali di stagione più intriganti che io abbia mai visto, che è stata chiusa dall’oggi al domani costringendo l’intera produzione — più che intenzionata a continuare — a un pellegrinaggio di network in network, in cerca di una nuova casa.

Ancora stanno cercando, pare.

Quest’anno, però, c’è stato un caso a dir poco surreale.

In principio, era Nashville, ovvero la serie di Callie Khouri su due famose dive della musica country in onda su ABC. Gli ascolti in ribasso avevano spinto il network a chiudere la serie che però, in extremis, è stata rivenduta a un canale tematico minore (Country Music TV) che ne ha proseguito la messa in onda contando sull’appoggio di un pubblico di appassionati.

A sorpresa, però, l’attrice protagonista Connie Britton ha deciso di lasciare per sempre il set, spingendo gli sceneggiatori a rivoluzionare la trama del prodotto e il pubblico a ridestare tutto il suo interesse verso la tormentata schiera di artisti del Tennessee.

Ciò ha fatto sì che le possibilità produttive della minuta Country Music Tv lievitassero improvvisamente e la convincessero a investire di più su una serie in via di lavorazione, le cui tre puntate originariamente previste sono improvvisamente diventate otto.

Si tratta di Sun Records, una sorta di romanzo di formazione che mostra la crescita emotiva e artistica dei primi, grandi pionieri del rock and roll: Elvis Presley, Jerry Lee Lewis e Johnny Cash.

Il prodotto è curato, preciso, coinvolgente e accattivante; il pubblico lo apprezza e ringrazia Connie Britton per gli effetti positivi della sua improvvisa decisione; il finale di stagione lascia aperto un mondo ancora tutto da scoprire. Persino in Italia, e siamo dovuti impazzire per trovare le puntate e i sottotitoli on line, Sun Records ha avuto il suo momento di gloria.

E poi, cosa è successo?

Niente, “l’hanno chiusa.”

Gli ascolti erano alti e le critiche positive, tutto sembrava filare per il verso giusto eppure ancora una volta la storia è stata uccisa dai numeri. Molto probabilmente, infatti, la piccola emittente non riesce a supportare lo sviluppo di due grandi produzioni in contemporanea ed è stata costretta a sventolare bandiera bianca.

Sun Records poteva veramente diventare la mia serie preferita di tutti tempi — e non solo perché sono una amante storica dei suoi tre protagonisti — e invece ha dovuto scrivere la parola FINE dopo i titoli di coda.

È la dura vita della lunga serialità, in cui sempre — come direbbe Jerry Lee Lewis — there’s whole lotta shakin’ goin’ on.*

Amen. L’amiamo anche per questo.

(*C’è da sbattersi un bel po’.)

 

Autrice giuiasoi.com

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