Condivide et impera (cit.)

09.21.2017

La condivisione, significante inflazionato, significato malleabile, jolly universale con cui la stragrande maggioranza del pianeta ultimamente tende a sciacquarsi la bocca più volte al giorno che manco il collutorio Lysterine.

(…sì, non è una svista. È proprio con un T sola e per questa certezza mi tocca ringraziare un vecchio viscido e truffaldino a cui — oltre a questo prezioso regalo ortografico — associo soltanto esperienze sgradevoli.)

…ma siamo sicuri che sappiamo di quel che parliamo, quando infiliamo questo concetto nel bel mezzo dei nostri discorsi? E non importa quali… sul lavoro, al bar, a letto, è uguale. Basta che sia chiara ed evidente l’importanza della condivisione.

Perché — dicono — condividere è bello, importante, doveroso, illuminato.

Ora. Vorrei fosse chiaro che trattasi di interrogativo, posto a valle di numerose perplessità su me stessa in primis; non di momento Rottermeier, a monte di seccanti critiche nei confronti dell’universo mondo. Perché veramente, io da qualche tempo non capisco bene.

Condividiamo su Facebook perché ci teniamo a veicolare un contenuto altrui o perché vogliamo usufruire della sua popolarità? Condividiamo determinate informazioni perché vogliamo agevolare gli altri o ne scegliamo determinate altre perché li vogliamo veder vacillare? Condividiamo una realtà perché vogliamo rivelarla o perché vogliamo nascondere il suo esatto contrario?

A volte entrambe le opzioni sono più che valide, è vero, com’è vero che a ben guardare potrebbero essere la carta da regalo messa a ricoprire ulteriori, ugualmente irrisolte dicotomie che si snodano davanti a noi in un complesso meccanismo (l’allusione è volontaria) di scatole cinesi.

Tipo: sosteniamo gli altri per il loro bene o per il nostro bisogno di sentirci migliori? Ci avviciniamo a volti nuovi per integrarli nel nostro microcosmoper renderlo meno desolato? Ci aggreghiamo in chat di gruppo per agevolare il flusso delle informazioni o per ucciderlo?

(E in questo caso, aggiungerei, ci uniamo per includere o per escludere? E quando apriamo chat alternative in cui ci sono tutti i partecipanti di un determinato gruppo meno uno o due? In quel caso, cosa combiniamo alla volontà di condivisione?)

Siamo sempre più pronti a chiedere, sempre meno a rispondere: cos’è, gli altri condividono nettamente meglio di noi e chi siamo noi per privarli di questo privilegio? Sarà mica una sciagurata fatalità quella per cui con una certa frequenza le risposte che otteniamo si declinano, a scelta, o in lungo pippone volto a sottolineare la supremazia caratteriale o cognitiva dell’interlocutore, oppure in un sintetico “Non lo so”, volto a significare “Certo che lo so, ma col cazzo che te lo dico?”

Purtroppo non sono giunta a una conclusione definitiva, per quanto mi sembra di avere intuito che più articoliamo i nostri strumenti di comunicazione, più mandiamo in malora la qualità del contenuto. Facendo danni, di vario tipo.

Continuo a pensarci, ogni volta che quei danni mi tocca subirli, e mi metto in discussione ogni fottuta volta che quei danni li subisco o sospetto di averne inflitti. Da un lato, nutro ancora una certa speranza nell’istinto altruistico dell’uomo, ma dall’altro mi rendo conto che viviamo in tempi — diciamolo pure — del cazzo e potrei essere in madornale torto.

Facciamo così, se arrivo a un conclusione e vi interessa… ve lo faccio sapere.

Pardon, lo condivido.

<p>Autrice giuiasoi.com</p>

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