23 anni dopo ancora amici

10.04.2017

Rivedere Friends a 20 anni di distanza è un’esperienza altamente formativa, oltre che lunga e in continuo divenire.

Al di là dei ricordi che riaffiorano alla memoria puntata dopo puntata — questa scena l’avevo rimossa, questa battuta la citavamo sempre all’università, quando ho visto questa puntata avevo la febbre — sono talmente tanti gli spunti in cui finisci a imbatterti che quasi ti conviene prendere appunti.

(E infatti.)

Le prime, istintive consapevolezze che ti assalgono sono tutte di matrice temporale: trattasi di considerazioni indotte dalla prospettiva degli anni ’90 visti da un divano targato Netflix 2017.

Indubbiamente i dialoghi e le strutture avevano i controcoglioni, perché nonostante a volte puzzino di anni ’90 lontano un miglio reggono perfettamente ancora adesso. E tu ridi. Uh, se ridi.

La seconda è che — incredibile ma vero — negli anni ’90 non c’erano i cellulari, eppure la vita andava avanti e le sceneggiature stavano in piedi lo stesso.

La terza è che negli anni ’90 al centro di New York vivevano solo persone americane e bianche. Il più esotico di tutti era Joey che di cognome fa Tribbiani, ma sul momento — ne sono certa — non risultava strano.

(La lista continuerebbe ma la chiudiamo qui perché altrimenti dovremmo parlare delle pettinature e invece — come scriveva Michael Ende — questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta.)

Al netto del ripasso dell’intera prima stagione, si può serenamente affermare che l’operazione sia equiparabile all’apertura del vaso di Pandora. Dentro Friends ci trovi attori che avevi dimenticato, attori che sembrano altri attori famosi oggi ma invece non sono loro, attori che eri convinto ci fossero e invece ricordavi male.

E poi ci trovi The Big Ben Theory, ma tutta.

Sin dal primo episodio, se riesci ad andare oltre il contesto narrativo, se riesci mentalmente a grattare via l’indiscutibile valore aggiunto costituito da California, scienza, nerdaggine e Koothrappali (non è bianco, vedi sopra) quel che ti rimane di The Big Ben Theory è Friends. Un telaio costruito magistralmente sopra un materiale drammaturgico già esistente.

Anzi, già esistito.

Ragionando per archetipi, Rachel è Penny, Monica è Bernadette, Phoebe è Amy, Ross è Sheldon, Chandler è Leonard e Joey è Howard.

(Come detto prima, Raj non avrebbe avuto ragione di esistere.)

Ragionando per legami affettivi, Rachel e Ross sono Penny e Leonard; Monica e Chandler sono Bernadette e Howard; Chandler e Joey sono Leonard e Sheldon; Monica e Rachel sono Penny e Bernadette; Phoebe, invece, è più o meno Amy nei confronti di tutti.

Andando poi a spulciare nelle relazioni satellite, la madre di Chandler sta a lui e a Ross come la madre di Sheldon sta a lui e a Leonard (scene epiche in entrambi i casi, by the way). Gunther e Stewart esistono esattamente per lo stesso motivo, ovvero noi semo noi e voi ‘n sete un cazzo. E potresti andare avanti così per un bel pezzo, perlustrando idiosincrasie, nevrosi, tic e tormentoni ricorrenti. In realtà, però, potrebbe essere più divertente lasciarne la scoperta alla curiosità dello spettatore… anche perché — è bene metterlo in chiaro — la volontà del paragone non è affatto distruttiva, al contrario.

È semplicemente il naturale (e a questo punto, doveroso) accostamento di due prodotti longevi e di successo, che hanno avuto la inimitabile capacità di plasmare due generazioni diverse e di permettere alla più vecchia — la mia — di rivedersi in se stessa a una decina di anni di distanza.

Quando un prodotto narrativo è scritto con un linguaggio così universale da risultare imbattibile, sono tante le tracce che semina in giro (sia per la prima, sia per la seconda, successiva visione.) Volendo raccontarne anche solo una, pensiamo per un attimo ai personaggi, invecchiati e tribolati nella vita reale ma nella finzione sempre uguali a se stessi — e per fortuna.

Nel tempo sono diventati delle entità, degli amici parasociali, dei modelli, delle icone. Da loro ti aspetti categoricamente determinati comportamenti, al punto che se nelle puntate più primitive ti imbatti in reazioni anomale ti incazzi pure. Sghignazzi alle loro spalle quando hanno uscite che lasciano presagire il loro futuro che tu, spettatore anziano, sai già ma loro, personaggi alla prima stagione, evidentemente no. Rischi l’infarto quando nel salotto di Monica vedi all’improvviso comparire — cazzo, come hai potuto dimenticarlo? — il Dr. Ross e il Dr. Carter.

(Ma giusto un attimo, perché subito dopo ti chiedi: cosa ci fanno questi due qui? Li hanno mandati in trasferta da Chicago a New York? E ancora: ma com’è che George Clooney mi sembra molto meno bello e molto più gay di come me lo ricordassi negli anni ’90?)

Ti commuovi vedendoli correre dietro a una scimmietta, perché ti ricordi della prima volta che li hai visti in vita tua. E perché in quel momento per te erano solo questo: sei tipi che rincorrevano una scimmia, per l’appunto.

Poi, però, sono diventati la tua famiglia, o i tuoi idoli, o più in generale soggetti che — volenti o nolenti — sono diventati un pezzo della tua vita. E allora non importa che Jennifer Aniston sia stata sposata con Brad Pitt o la protagonista di Una settimana da Dio, perché tanto per te sarà sempre la Rachel Green a cui tu pagheresti per assomigliare. E non importa che Matt Le Blanc stia facendo un lavoro magistrale in Episodes, perché se non esistesse Joey Tribbiani non esisterebbe neanche il Matt Le Blanc di Episodes. E alla fine non ti importa neanche che Matthew Perry, puntata dopo puntata — come tutti sanno — fosse sempre più tossico, perché dopo averci regalato Chandler Bing, qualche anno dopo ci ha voluto fare dono di quel meraviglioso personaggio che è stato Matt Albie in Studio 60 on the Sunset Strip.

Ecco. Forse è questa l’unica pecca che noto, al termine del ripasso della prima stagione di Friends: quando vedo Perry, vedo Matt Albie e non Chandler. Questo, però, non dipende da lui… ma dal fatto che sogno da sempre di poter lavorare accanto a un capo autore dal carisma elevato come il suo.

(Com’è che diceva Michael Ende? Un’altra storia… un’altra volta. E noi ci risentiamo per la seconda stagione.)

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