Altro che vite parallele…

10.13.2017

La ginnastica artistica è uno sport di merda. Lo è talmente tanto che, a volte, si è indotti nella tentazione di pensare che non sia neanche uno sport, ma uno strumento di tortura a scoppio ritardato. Perché all’inizio non te ne accorgi: Wow, che bello! Vado a fare ginnastica artistica! Dici in giro. Ora imparo a fare le giravolte e i salti mortali, volerò come una libellula e potrò fare la splendida con tutti i miei amici!

Fino a qualche anno fa, correvi addirittura il rischio di non sapere neanche a quale disciplina ti stessi avvicinando. Wow, che bello! Vado a fare ginnastica artistica! Dicevi in giro. Ora imparo a usare il nastro e la palla, diventerò magicamente alta, magrissima e snodata e potrò fare la splendida con tutti i miei amici!

Grazie al cielo, ma soprattutto grazie a Carlo Altinier e a tutta la squadra che per MTV ha realizzato Ginnaste — Vite parallele, ora almeno la differenza tra ginnastica artistica e ginnastica ritmica ce l’abbiamo chiara quasi tutti. Ma sul fatto delle giravolte e delle libellule stiamo ancora a carissimo amico.
Il problema sorge quando ti rendi conto che la realtà è ben diversa dalle tue aspettative ed è già troppo tardi.
Sia a livello amatoriale, sia a livello professionistico.

Un ginnasta professionista, infatti, non sarà mai come un calciatore o come un cestista. In Italia, almeno.

Prendiamo Yuri Chechi, per esempio. Il più grande ginnasta che l’Italia abbia mai avuto: quello che è arrivato dove nessuno ha mai neanche sognato, che ha battuto se stesso, gli infortuni e il tempo che passava. Un eroe. Uno che ha segnato la sua generazione è che continuerà a rappresentare una semispecie di divinità per tutti coloro che si accostano a questo sport. Meglio di lui, tutto considerato, difficilmente qualcuno riuscirà a fare. Adesso, che ci resta di Yuri Chechi? Qualche apparizione in tv, l’ebbrezza di affacciarsi sul grande palcoscenico della De Filippi (ooh, top!) per poi svanirne un attimo dopo in quanto la ginnastica — tra tappeti, attrezzi, monta-e-smonta e rischio elevato di lanciare componenti alla prima difficoltà acrobatica — ha delle esigenze che proprio non si sposano con quelle televisive.

(Per carità, rimanendo in argomento, Giuseppe Giannini non ha avuto più fortuna di lui, ma secondo me quella era una questione di appeal caratteriale e di poca attinenza tra il calcio e il format. Altro giro, altra corsa.)

Al pari di Igor Cassina, altra eccellenza che difficilmente troverà uguali, si è rivelato un discreto commentatore tecnico. Ma che te ne fai, quando gli eventi ginnici rivestono nell’ambito del palinsesto televisivo nazionale un’importanza pari a quella del due di coppe quando regna bastoni?

Aggiungo infine Giulia Volpi. Chi è, direte voi? Appunto. Nessuno.
È una che ci ha abbastanza fatto battere il cuore in un’epoca lontana in cui la reputazione della ginnastica italiana femminile non oltrepassava il diametro del Raccordo Anulare. Piccole cose di una discreta importanza, dato il momento. L’ho vista che ballava in qualche corpo di ballo Mediaset e una volta, ad Amici quando ancora si chiamava Saranno Famosi, che si fingeva un’anonima tracotante giunta lì per sfidare l’intera classe dei ballerini a suon di acrobazie. Wow, brividi.

E poi — last but diecimila volte not least — c’è Vanessa.
La titanica Vanessa Ferrari che ha indossato medaglie d’oro che nessuno osava sognarsi neanche di notte, e contemporaneamente una sfiga che — a quanto abbiamo avuto modo di constatare recentemente — non conosce confini.

(La sua sfiga è talmente grande che, per quanto possa fare notizia una che 27 anni ancora si mette il body e le fascette e scende in pedana, viene comunque oscurata dalla presenza di Oksana Chusovitina, la quale fa esattamente la stessa cosa a 42 anni. 42.
Non so se rendo.)

Ma Vanessa continua, eh.
Snobbando televisione, reality e compagnia cantando. Perché a lei piace nel profondo questo sport di merda. Ne è consapevole, lo ha accettato tanti anni fa e non si lamenta. Masochismo aureo, lo definisco io.
E lo dico con cognizione di causa, in quanto soffro della stessa patologia.

Ho 38 anni, sono entrata per la prima volta in una palestra a 4, sono stata obbligata a lasciare le pedane dai 9 a 13 per questioni di scoliosi, ma poi sono tornata ad allenarmi nonostante abbia la schiena di una che dovrebbe giocare a bocce, invece di fare le capriole all’indietro.
E non ho ancora smesso.

Pur litigando a intermittenza con il mio allenatore praticamente a ogni stagione, sono riuscita a fare cose che, con la mia configurazione ossea, secondo il mio pediatra (buonanima!) non avrei mai potuto fare e ho vinto pure qualche medaglia. Da qualche anno, purtroppo, a rovinare la festa ci si è messa la psiche che — a seconda di come cambia il tempo — mi fa venire delle paure allucinanti e mi impedisce di fare acrobazie che faccio da sempre e che sono tuttora in grado di fare.
Aggiungiamoci anche qualche acciacco di vecchiaia che mi sembrerebbe in giusto non avere.
Ma alla fine… ‘sti cazzi, proprio come Vanessa Ferrari e Oksana Chusovitina, io continuo lo stesso.

Che senso ha?” mi ha chiesto un tipo, una volta.
Ha senso, perché di fronte all’ennesimo esercizio che non ti viene o all’ennesima botta che prendi, puoi smadonnare per ore, puoi sentirti frustrata e fallita, puoi guardarti allo specchio e chiederti perché accidenti non te ne vai a fare pole dance o anche a giocare a tennis… ma tanto non c’è niente da fare.
Il giorno dopo ti passa tutto e sei di nuovo pronta a rimetterti il body e le fascette.
Eccolo, il masochismo aureo.

Perché in realtà, non sei propriamente tu a rimetterti ogni volta in gioco: è la speranza, che lo fa al posto tuo.

La speranza di poter volare ancora una volta, la speranza di riuscire di nuovo a vedere il mondo sottosopra, la speranza di sentire anche solo per un altro secondo quella impareggiabile sensazione mista di vuoto, paura e supponenza a a livelli stellari.
L’ho fatto io, l’ho fatto da sola, l’ho fatto ancora una volta e tu non lo sai fare.

Becca.

Io domani mi rimetto il body e vado a fare rondata-flic, ché se mi dice bene entro fine anno lo rifaccio da sola, lo porto in gara e magari torno pure a fare rondata-salto dietro. Tu, invece, che fai? Magari, ci vediamo quando esco.

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