Il gioco che imparai da mio nonno

10.25.2017

Mentre finivano gli anni ’80 e iniziavano i ’90, mio nonno aveva inventato un gioco. Derivava direttamente dalla sua irrefrenabile capacità di stigmatizzare le personalità del calcio a lui invise, con un misto di acume romanesco e di puro spirito da tifoso senza freni e senza confini.

Non risparmiava nessuno e creava epiteti che hanno segnato un’epoca familiare, corone con cui ha insignito (in maniera mai propriamente positiva, va detto) atleti di notevole calibro e che noi onoriamo ancora oggi, senza per questo voler sminuire i medesimi, rispettabili professionisti.

Stando al glossario del mio mai abbastanza compianto nonnino, negli abbiamo appreso che Edmondo Fabbri era pippetto che ‘n capisce ‘n cazzoRivera era pinocchiettoRiva e Rivera quelli che quanno parlano ‘n se capisce ‘na parolaBettega godeva dell’appellativo di er tubercoloso, mentre Bearzotera noto come pippanboccaDiego Maradona er nano malefico coll’orecchinoRoberto Baggio quello co’i ciuccettiBruno Pizzul era Poiaie per il suo vizio di allungare a dismisura le vocali di fine parola, mentre Dino Zoff da allenatore era diventato De-de-de-de.
Potrei anche aggiungere che Michael Jackson rispondeva al nome di pupazzetto a molla, ma da un lato andrei fuori tema e dall’altro allungherei inutilmente il brodo.

Il vero nocciolo della questione, infatti, è l’esatto momento in cui questa sequela di insulti camuffati da vezzeggiativi alla romana è diventato un gioco vero e proprio, un’abilità con regole e paletti che ha portato avanti per anni, fin quando la sua depressione senile ha trasformato il calcio in una seccaturache non valeva più la pena di seguire.

Il principio base del gioco consisteva nel fatto che — dopo un’attenta disamina dell’aspetto fisico — si potesse arrivare a intuire quale fosse il vero mestiere destinato dalla vita al calciatore in questione.

Il primo eletto fu Pietro Paolo Virdis del Milan: “…ma che n’o vedi?” Disse mio nonno, all’improvviso, una domenica. “Questo, altro che er difensore. Er calzolaio, doveva fa’. Co’ quei baffetti e ‘a zazzera, dietro un bancone a ripara’ ciavatte era ‘a morte sua.”

(A dirla tutta, oggi Virdis è diventato uno stimato sommelier, ma ai miei occhi di quinta elementare l’accostamento risultò l’equivalente della folgorazione di San Paolo sulla via di Damasco.)

E l’incredibile curiosità verso il gioco di nonno aumentò quando lo sentii dire: “…e perchè, quel piccoletto de Schillaci? Quello è nato pe’ mettese ‘a tuta blu e pe’ anna’ a gonfia’ gomme. Guardalo bene, dimme se nun c’ho ragione!”

(Non era una questione sportiva, nè tantomeno caratteriale: era più che altro un’applicazione ludica di qualche sorta di principio lumbrosiano al quale non seppi resistere.)

“Vói prova’ pure te, amore de nonno?” Mi chiese quando si accorse di quanto mi fossi appassionata alla faccenda. “Guarda, te ne faccio una facile… così vediamo se hai capito: Gianfranco Zola… dimme ‘n po’: secondo te che lavoro doveva fa’?”

Era facile. Era ovvio che fosse facile, ma d’altronde era il mio primo tentativo… nè io, nè lui avremmo voluto che sbagliassi.

“…il pastore sardo?”

“Brava, amore de nonno! Lo vedi… è alto ‘n barattolo e ‘n fojo de carta velina… co’ quei capelli e quegli occhietti, quello doveva fa’ nella vita!”

A quel punto, dopo qualche tempo ho preso coraggio e ho azzardato un nuovo accoppiamento: “Nonno… ma Deschamps farmacista, come ti pare?”

“Me pare che hai capito er gioco, amore de nonno! Mo’ puoi continua’ pure da sola…”

E sembra fatto apposta, ma qualche tempo dopo nonno è morto, lasciandomi con una settimana enigmistica da completare, una poesia da leggere al suo funerale e un’eredità pesante: la prosecuzione del gioco.

Ovviamente, non mi è mai passato neanche per l’anticamera del cervello di lasciar cadere il testimone che — chissà, forse involontariamente — mi aveva lasciato.

Dal 2004 a oggi non ho mai smesso di fare accoppiamenti e ogni volta che ne trovo uno nuovo sono felice come una Pasqua, perché vorrei tanto sottoporglielo per sapere che ne pensa.

Con la collaborazione di una persona che nella mia vita è stata tanto importante al punto che forse ora mi vuole accoppare, ho stabilito che Gianluca Pessotto avrebbe potuto essere un passabile pornoattore.

In seguito alla doverosa approvazione di mio marito, ho stabilito che Alessandro Florenzi sarebbe un invidiabile barman. Probabilmente anche acrobatico.

Negli ultimi tempi, infine, mi è venuto in mente che Stefano Sorrentinosarebbe un perfetto modello per pigiami, ma di quelli di qualità media che si trovano nei supermercati, con le foto tutte uguali.

Thomas Strakosha e il suo ciuffo spalmato si troverebbe a suo agio nel parco dei tronisti — sbruffoni e illetterati — della Sóra Maria, mentre Marcelo Brozovic sarebbe un seguitissimo youtuber.

Dietro a ogni partita che vedo, si nasconde la prossima strampalata associazione e io non vedo l’ora di esserne folgorata. L’unica cosa che non arriverà mai, sembra stupido ribadirlo, è l’approvazione di nonno. Sento la sua voce dentro di me, ma le mie orecchie si sono rassegnate a rimanere insoddisfatte.

Da una parte, però, forse è un bene: non sono mica pronta a sentire le madonne che avrebbe tirato all’idea che un albanese col ciuffo insugnato sia riuscito a diventare il portiere della Lazio.

Aveva le sue (non troppo) velate rigidità e sono quasi contenta per lui che non sia riuscito a vederlo.

(So quello che diceva di Gianna Nannini, quindi parlo a ragione.)

<p>Autrice giuiasoi.com</p>

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