San Valentino and me

02.18.2018

Certo che nel tempo ne sono successe di cose, in questo scombinato giorno dell’anno, eh?
Fotogrammi di tenera follia emotiva che a ripensarci non sai se ridere o se piangere, diciamo.

Alle elementari, partiva una sorta di euforia collettiva a base di letterine, pupazzetti, caramelle e rituali apotropaici volti a garantire il bel tempo per tutta la mattinata. Eravamo solo tre stupide coppiette, ma facevamo casino come fossimo venti.

(E chissà se me lo ricordo solo io.)

Alle medie, c’era una sorta di amnistia, breve ma intensa. Si fermava il bullismo, si fermava la violenza e la cattiveria, si fermava il pensiero costante del suicidio come unica alternativa all’andare a scuola. E – se eri fortunata – te ne tornavi a casa con un braccialetto fluorescente, un bacio sulla guancia e il proprietario di un paio di occhi grigi che, per una volta, non aveva avuto paura a dire che gli piacevi almeno un po’.

(E chissà se me lo ricordo solo io.)

Al liceo, c’era un bacio Perugina lasciato su un banco perché il mittente era scappato a Bologna. E chissà se ci veramente aveva trovato quello che cercava, me lo chiedo ancora adesso. C’era una lettera scritta sui gradini della cattedrale, un film con Michelle Pfeiffer, un Alfa Romeo rossa nuova di zecca, una settimana bianca alle porte. E poi c’era Evita al cinema. E La Tempesta di Shakespeare, un folletto di nome Puck è un quartetto sgangherato che non aveva speranze di andare molto lontano.

(Non vi racconto come è andato a finire, quel quartetto, oggi. Però è stato bello.)

All’università, c’era un’uscita tra single e forse due di loro si erano innamorati, forse no; ma io li invidiavo comunque, perché tutto sommato avrei preferito essere single anche io, piuttosto che la fidanzata di un braccino corto che certe ricorrenze non le festeggiava per questioni economiche. C’era un cinema improvvisato con uno molto bello, ma molto stupido. 
Ma molto bello.
Ma anche molto stupido, e l’avremmo capito meglio dieci giorni dopo.

A Eurodisney, non vi dico quanti cuori che c’erano in giro. E poi c’eravamo anche noi, ciucchi come sempre ad un lato del bancone dello Sports Bar.
E poi è arrivata la quiete. Vivaddio.

Una tazza rubata alla Rinascente, un origami che ancora oggi porta scritte su di sé le parole più belle del mondo, una serata in cui i (per il momento) fratelli Wachowski si scioglievano in un piatto di passatelli in brodo e – purtroppo – non riuscivano a cancellare lo sconforto del momento. Un brunch con le frittelle e lo sciroppo d’acero, un Vesica Piscis e la sensazione di non aver bisogno di nient’altro anche se tutto intorno crolla a pezzi.

Cosa c’è oggi? Per il momento, ancora niente di particolare.

Sicuramente c’è la voglia di smadonnare, perché – co’ sto freddo che fa – potrebbe almeno nevicare, invece di piovere. E poi, nell’attesa di scoprire gli sviluppi della giornata, rimane l’eco della prima frase della giornata, sentita alle 00.05 durante una puntata di Altered Carbon. Vale come ricordo, come insegnamento e pure come twist narrativo.

“We said backup, not fuck up.”

Amici miei, per il momento facciamocelo bastare.
Buon San Valentino a tutti.

Autrice giuiasoi.com

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