La discussa esistenza della magia (musicale)

02.19.2018

Per come la vedo io, e chiamatemi anche naïf… probabilmente avete ragione voi, quando una voce femminile si intreccia a quella maschile di un chitarrista che la accompagna, si crea una forma di alchimia che rischia di arrivare ad attestare la discussa esistenza della magia. Si vede a occhio nudo quella luce, mista di emozione, compiacimento e stupore infantile per l’incantesimo in corso, che lega indissolubilmente gli occhi di chi si sta esibendo. Dura poco, e al termine del pezzo svanisce chissà dove, ma fintanto che esiste spesso ha il potere di togliere il fiato non solo a chi canta ma anche a chi ascolta.

È la testimonianza diretta della consapevolezza di quanto si sta mettendo in scena, di quella sorta di formula chimica che infonde nel prodotto molto più della somma delle parti. È
speciale, dà i brividi, scatena emozioni serie e lascia una traccia indelebile.

(Soprattuto, ça va sans dire, se chi si esibisce ha del talento. Ma certe volte, vi dirò e non sto necessariamente parlando di me, anche nel caso contrario.)

Quella scintilla la vedi sprigionarsi nelle accoppiate più improbabili – Mick Jagger e Christina Aguilera, Eddie Vedder e Beyoncè (fenomeni!) – come in quelle che risultano più naturali per mille motivi – Bruce Springsteen e Patti Smith, Sheryl Crowe e Eric Clapton, Johnny Cash e June Carter (ma anche qui, che te lo dico a ffà.)

Sarò anche una che si fa trasportare dall’emozione di quello che sente e prova, ma per come la vedo io quella forma di interazione volta alla creazione di un momento che prima non esisteva è una forma di amore. Non ha etichetta, non ha nome, ma è potente e strega al pari del sentimento più discusso del mondo. Non importa la natura del legame che unisce gli interpreti, non importa la canzone scelta, è amore. Dura quanto il brano, dicevo prima, ma – ve lo giuro – per me è amore e sfugge alle regole del tradizionale coinvolgimento emotivo.

Lo pensavo al liceo, tutte le volte che cantavo You oughta know, accompagnata dall’unica persona al mondo a cui avrei permesso di convincermi a cantare in pubblico, e speravo di riuscire a rendermi visibile e degna di approvazione agli occhi di chi volevo io. E oh – ci ho messo un po’ – ma alla fine ci sono riuscita. Con tutti.

Lo pensavo qualche anno dopo quando – alternando Cigarettes and alcohol a Good riddance – il mio chitarrista e io abbiamo deciso che non potevamo più essere amici e che era ora di dare retta al destino che ci voleva marito e moglie.

Lo penso ogni fottuta volta che io e il mio fratellone adottivo saliamo sul palco per trasformarci in Joe e Mary dialogando sui versi di Thunder road e ogni tanto qualcuno si commuove pure. Lo penso persino adesso che ci siamo ingarellati in una sfida fuori portata ma, stecca dopo stecca, lui e io stiamo arrivando a capire che forse riusciremo a diventare anche Billy e Penny

nonostante Eddie Vedder scriva ballads troppo difficili.

Lo penso e lo penserò sempre, anche quando vagheggio sul duetto utopico che non canterò mai e che non sto qui a raccontarvi perché (datemi retta) sarebbe più facile finire a cantare I’ve been loving you too long to stop now con Paolo Nutini al Madison Squadre Garden. Penso che anche quella sarebbe una forma d’amore, superiore e legale, che mi strozzerebbe la voce in quella maniera talmente inaspettata che raggiunge le persone e le fa ascoltare con più attenzione.

E non è un caso se ho scelto di accompagnare queste parole sono proprio da questa foto, perché la forma di amore di cui sto parlando va al di là di ogni barriera.
Ma proprio qualsiasi, almeno secondo me.

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