Certe canzoni in certe serate

04.05.2018

A volte, quando prendo la metro mi capita di essere Giulia e basta.

Come in quella sera di fine inverno, in cui sono partita da Lepanto dopo tredici ore abbondanti di lavoro filato e a bordo c’eravamo solo io, una truppa di parenti di Ragnar Lothbrok – il protagonista di Vikings – e un gruppo di bangladeshini con le sciarpette della Roma che inneggiavano alla conquista dei quarti di finale di Coppa Campioni.

Ad accompagnarmi verso casa nell’ennesimo strambo martedì sera di inizio 2018, c’era l’incedere cazzone del rullante di The ring of fire spuntato a tradimento dall’iPhone e uno strano ma piacevole annebbiamento della vista.

(Monitor. Amore e odio.)

Poi c’era lo zaino che pesava l’iradiddio e una voglia di arrivare a casa che la metà bastava. Ma c’era anche un velato accenno di primavera alle porte nell’aria e il verso I fell for you like a child… oh, but the fire went wild che mi faceva sorridere e allo stesso tempo pensare che presto ci sarebbe stato un concerto speciale da affrontare.

Il caso ha voluto che nella scaletta di questo concerto fosse finita – per motivi strategici – anche una delle canzoni che cantavo più spesso nel periodo che ha preceduto il compimento dei miei 18 anni. Era appena uscita e, guarda tu a volte il caso, si intitolava 18 til I die.
Non era certo il classico brano che ti cambia la storia della musica mondiale, ma data anche la coincidenza spazio-temporale mi è a dir poco rimasta nel cuore.

(E non è stato affatto un caso.)

Così, durante le prove del suddetto concerto in arrivo, proprio come l’adorato quanto butterato interprete del brano – ormai in là con gli anni – ha recentemente cambiato il testo nel punto in cui un tempo cantava someday I’ll be 18 goin’ on 55 in goin’ on 65, l’ho fatto anche io. Someday I’ll be 18 goin’ on 39, mi sono ritrovata a cantare… e quella sera mentre tornavo verso casa da Lepanto ho realizzato che era esattamente ciò che speravo per me quando la cantavo a 21 anni fa, chiedendomi peraltro se fosse lo stesso concetto espresso da Roger Daltrey quando urla …hope I die before get old in My generation (o l’esatto contrario).

Quello che desideravo è successo, ho pensato all’improvviso mentre salivo piano i gradini della scala mobile, con il risultato che mi sono trasformata in una sorta di Baby Herman alla rovescia senza capire davvero se ciò sia stato un bene o un male.
I carichi di briscola dell’adorabile rompicoglioni che ero nel 1997 li conosco benissimo.
I jolly di Giochi senza frontiere che sa giocare l’autrice svagata con i Rayban del 2018, anche.
Tutto sta a capire, mi sono detta quando finalmente ho rivisto il cielo notturno di Furio Camillo e dintorni, se fossi in grado di giocarli tutti insieme e al momento giusto. E ho pensato che fosse arrivato il momento di scoprirlo.

(Che poi, guarda tu di nuovo il caso, there’s one thing for sure: I’m sure gonna try è proprio il
finale della canzone di cui sopra.)

Era martedì. Era notte. E quel giorno – me ne sono resa conto mentre scendevo verso la Caffarella accompagnata dalle note di Johnny, Bryan, Roger e tutti gli altri – avevo vinto una battaglia.

Non sembrava, ma tutto andava bene.

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