Day 3 – Dopo i pro, iniziano i contro

07.19.2018

Giuliva e lisergica come Alice nel paese delle meraviglie, sono arrivata al terzo giorno di viaggio alla scoperta della metropolitana di Milano. Oggi in programma ho un pranzo con un’amica che non vedo da anni e per raggiungerla dovrò prendere la linea lilla da Zara a Lotto, per poi imbarcarmi sulla rossa che mi porterà fino alla tanto blasonata (nonché molto lontana) fiera di Rho.

Confesso di essere piuttosto curiosa per questo tragitto: percorrerò un bel tratto sulla lilla e la studierò per bene, visto che è identica alla nostra linea C da me presa mezza volta a dire tanto. In più, avrò anche l’opportunità di vedere la zona della fiera in una qualsiasi giornata lavorativa e non nel delirio dell’Expo, ma di questo dettaglio mi dimentico in fretta: in pratica, me ne scordo da quando riesco a sedermi all’inizio del vagone di testa, proprio davanti al vetro, e decido di vivere il viaggio come se fossi riuscita a conquistare un posto di prima fila sulle montagne russe al luna park (…d’altra parte sto in vacanza, no?)

Va detto che l’associazione con le giostre non è fuori luogo sopratutto per un’altra ragione, non propriamente positiva: il convoglio su cui sono salita romba e sferraglia come se fosse il trenino delle miniere di Eurodisney. Per quanto possa far sorridere, questa considerazione non è incoraggiante dato che – in quanto ex dipendente del parco – so bene che quell’attrazione è una di quelle che si ferma più spesso. In compenso, però, questo treno ha una stabilità che a Roma ci sogniamo… e farei anche il paragone con il Titanic, a bordo del quale non oscillava neanche il tè nelle tazze, ma preferisco lasciar perdere ché di questi tempi non si sa mai come vanno le cose.

…Persino a Milano.

Per spezzare una lancia in favore della nostra linea C, inoltre, voglio dire che in quanto a spazio e ampiezza non ha nulla da invidiare a questa sua gemella meneghina, che mi fa sentire a casa anche perché – nonostante le dimensioni – (almeno in questo caso) trasporta furbi che pur di accaparrarsi un posto a sedere fanno i soliti giochetti visti e rivisti.

(…e non ne capisco il perché, visto che c’è un sedile occupato ogni dieci liberi.)

I medesimi furbi di cui sopra, per di più, parlano al telefono e a voce molto alta, proprio come da noi. L’unica differenza è che qui parlano tutti di lavoro e, a giudicare dalla concitazione con cui si esprimono, sembra che l’intero sistema economico occidentale stia per collassare da un momento all’altro.

(Beati loro… noi quando parliamo di lavoro in metro o sbadigliamo o smadonniamo. Fate un po’ voi.)

Un’altra considerazione che mi sento di esprimere – tiè, sto qui a Milano da neanche tre giorni e già l’entusiasmo iniziale sta lasciando il posto alle lamentele… so’ proprio de Roma – riguarda l’aria condizionata ed è molto laconica: oggi non funziona e si muore di caldo. Troppo, considerando che l’estate è ancora lungi dal suo acme di forma. E frega cazzi che tutti, preoccupati dalla mole dello zaino che per una serie di ragioni oggi sono costretta a trascinarmi dietro, invece di inveirmi contro si stiano offrendo di portarlo al posto mio. Frega cazzi che a Roma non lo farebbe nessuno neanche dietro pagamento e che molti si limiterebbero a continuare a inveire fino alla mia dipartita (dal mezzo di trasporto, non del pianeta… forse).

I gradi all’interno del vagone sono tanti al punto da farmi temere un imminente stato di ebollizione, al punto da farmi quasi bofonchiare che questo a Roma non succederebbe.

(Vile menzogna, è chiaro, ma se realmente lo facessi sarebbe solo per un’ovvia conseguenza dello shock climatico.)

Per mia fortuna, però, grazie all’altalena di pro e contro che sin dall’inizio ha caratterizzato il viaggio di oggi, presto arriva il momento di scendere. Percorro la banchina, seguo i cartelli e le mappe – talmente tanti e disseminati ovunque che comincio quasi a considerarli un insulto alla mia intelligenza ma, come dicevo poc’anzi, sempre de Roma so’ – e finisco per trovarmi dinanzi a un amletico dilemma: per tornare in superficie, ascensore o scala mobile?

Ora.

Fossi a Roma, l’eventualità di scegliere l’ascensore non si porrebbe neanche posta, dato lo stato normale in cui versano nelle nostre stazioni e soprattutto dato che qualche anno fa in quello di Furio Camillo per un’assurda serie di concause è morto un bambino. Qui, però, mi trovo davanti alla visione di pregiati prodotti dal design contemporaneo che rende davvero difficile resistere alla tentazione di spingere il pulsante cromato che regala l’illusione di essere in un hotel.

E infatti l’ho spinto ma – proprio come a Roma, anche a Milano non è tutto oro quel che luccica – l’ascensore non è mai arrivato.

(Simpatico. Forse dovrei dirlo a qualcuno, magari al Sindaco.)

Stanca di aspettare, ripiego sulla seconda scelta dell’amletico dilemma di cui sopra e inizio l’ascesa in scala mobile, certa di trovare i diligenti meneghini tutti rigorosamente schierati sulla destra.

Col cazzo.

Altro che linea gotica.

Non so altrove, ma qui a Rho ho trovato un’orda di gente che sbarellava – per l’appunto – a destra e a manca, facendo tra l’altro un casino inverecondo.

…Mo’ te lo buco ‘sto cellulare con Fedez a palla!

Mi verrebbe da urlarglielo nelle orecchie, al tipo davanti a me. Evito solo perché temo che non capirebbe le mie parole e perché ormai intravedo la porta di uscita. Il che mi porta, però, a parlare dei tornelli di Milano che, ovviamente, rispetto ai nostri sono tutta un’altra storia. Oppure no?

Mi spiego meglio.

Sulla linea lilla saranno fantasticentifici , scintillanti nelle loro porte a vetri scorrevoli e silenziose, ma la realtà è che a volte non funzionano. Proprio come a Roma.

E quando succede, scopri subito le insidie disseminate nel paradiso della porta scorrevole, perché rimani intrappolato in una sorta di prigione di cristallo formato tascabile e ti girano i coglioni anche più di quando ti capita a Roma. Provare per credere.

Autrice giuiasoi.com

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