5 TIPI DI INCONTRO CON I COLLEGHI

11.14.2018

Ovvero, quando l’incontro con qualcuno lungo i binari viene considerato più una seccatura che un’occasione conviviale. Se si tratta di un collega di lavoro, poi, che peste ci colga.

1) LA PRIMA VOLTA

Non te ne accorgi subito, ma quando lo capisci è troppo tardi. Lo vedi da lontano, magari in fondo alla banchina o fra la folla all’interno del vagone, mentre con gli auricolari e la testa china sul suo smartphone è beatamente immerso nei fatti suoi (o degli altri).

È tanto che non lo vedo, pensi, ora vado a fargli un saluto; oppure: alla riunione di ieri lui era presente, magari mi sa dire gli ultimi sviluppi. Sei in buonafede e ciecamente convinto di aver trovato un piacevole compagno di viaggio… eppure il tuo entusiasmo ci mette pochi minuti a trasformarsi in fastidioso disagio.

Finiti i convenevoli e poi le successive quattro (ma forse anche tre) chiacchiere formali, scopri a tue spese che non è rimasto un accidente da dire e almeno altre dieci fermate da percorrere insieme. In silenzio. Lo sguardo chino. Qualche sorriso stentato.

Il calvario finisce soltanto quando scendete dal vagone: ciò che veramente scalda il cuore è il sorriso di sollievo con cui vi accomiatate, quando realizzate che andrete in due sedi diverse.

“Buon lavoro e alla prossima!” Vi augurate cordialmente, mentre l’animo di entrambi mormora: “Col cazzo che bissiamo: ho appena perso venti minuti di comodo isolamento tra musica e social. Potevo starmene beatamente a leggere i fatti tuoi in home page, invece di essere costretto a chiederteli di persona, subendo le tue risposte di circostanza in attesa di sprofondare nell’imbarazzante silenzio che – comunque – prima o poi arriva”.

(Bella la vita sociale ai tempi del web, eh?)

2) L’AMNESIA

Passa qualche giorno o magari qualche settimana, ma prima o poi – è fisiologico  ricapita.

Se non è il collega del primo caso, magari è un altro. Ma stai pur sereno: prima o poi ricapita.

Lo rivedi da lontano, magari in fondo alla banchina o fra la folla all’interno del vagone, mentre con gli auricolari e la testa china sul suo smartphone è beatamente immerso nei fatti suoi (o degli altri). Questa volta, però, tu non hai la minima intenzione di cadere nuovamente nel gorgo imbarazzato di silenzio e sorrisi stentati di cui sopra.

Questa volta, sarai più furbo. Inscenerai il vuoto di memoria, questa volta, e senza nemmeno preoccuparti delle conseguenze perché non ci sono: quando passi davanti al soggetto in questione, passo svelto, testa alta, sguardo fiero e musica a palla, lui neanche ti calcola. Tu fai di tutto per comunicargli con ogni fibra del tuo corpo che “non ti considero, non ti riconosco, a stento ti vedo”, ma è tutto inutile. Perché ci ha pensato prima lui, ha fatto la stessa cosa, ma meglio di te e anche da qualche secondo prima. E tu non sei sollevato per aver scampato il nuovo stillicidio. Tu rosichi, perché ti ha fregato.

(Sempre meglio la vita sociale ai tempi del web, eh?)

3) LA FUGA

Solo perché hai trovato qualcuno deciso (come te) a non ricordarsi che siete colleghi, non vuol mica dire che non ti ritroverai mai più nella stessa, scomoda fastidiosa situazione narrata al punto 1. Perché tanto, come dicevo al punto 2, prima o poi ricapita.

In un’altra mattina assonnata e poco invitante, o in un tardo pomeriggio spossato e giù di morale, vedrai un altro collega: da lontano, magari in fondo alla banchina o fra la folla all’interno del vagone, mentre con gli auricolari e la testa china sul suo smartphone è beatamente immerso nei fatti suoi (o degli altri).

A quel punto, non volendo ripercorrere l’incubo del saluto cordiale e della successiva, imbarazzata conversazione, ma non volendo neppure tentare nuovamente la sorte con la carta dell’amnesia (perché vai a sapere, magari trovi il collega che di te si vuole ricordare benissimo e finisce che ci fai anche la più classica delle figur’emmerda), scegli la terza opzione. Che per altro è molto tempestiva ed efficace, perché ti impone di girare i tacchi e di camminare il più velocemente possibile nella direzione opposta. Nel giro di pochi secondi, sarai anche tu un puntino fra la folla, in fondo alla banchina o fra la folla all’interno del vagone, mentre con gli auricolari e la testa china sul suo smartphone è beatamente immerso nei fatti suoi (o degli altri).

(E probabilmente, a tua insaputa il tuo collega avrà fatto lo stesso.)

4) IL TACITO ACCORDO

Col tempo, impari. Ti rendi conto che l’incubo del collega con cui non vuoi condividere assolutamente il viaggio in metro è sempre dietro l’angolo e come te se ne rendono conto anche i più svegli dei colleghi in circolazione. E allora puoi serenamente dire addio alle prime volte, alle amnesie e anche alle fughe, perché entra sornione in scena il tacito accordo: entrambi con le cuffiette e il cellulare, vi guardate da lontano, vi scambiate un cenno di saluto (che è evidentemente accompagnato da un sospiro di sollievo) e poi tornate pacificamente a immergervi nei fatti vostri (o degli altri).

Nella maggior parte dei casi, è la soluzione ottimale.

A meno che voi non siate Giulia sotto la metro. Perché potrebbe capitarvi, come è successo a me recentemente, che il collega in questione sia seduto davanti all’On. Di Pietro, immerso nella lettura di copiosi incartamenti che sottolinea alacremente con un vistoso evidenziatore. Potrebbe succedere poi che – pur di non rompere il sacro vincolo del tacito accordo – detto collega scelga di raccontartelo solo una volta fuori dal vagone. E questo è il vero problema: perché il viaggio in metro non è stato imbarazzante, ma io adesso ho perso una foto con Di Pietro sotto la metro. Che avrebbe fatto anche rima, oltre che una vagonata di like.

(A pensarci bene, a volte la vita sociale ai tempi del web è proprio complicata.)

5) IL MIRACOLO

Come ogni teorema, anche questo ha il suo corollario. Come ogni regola, anche questa ha la sua eccezione. E infatti arriva il giorno che sei più scoglionato del solito, o in cui discuti con qualche cafone lungo la banchina, o in cui proprio non ti va di affrontare la giornata che ti aspetta. Ed è quella la volta in cui – vedendo il collega da lontano, magari in fondo alla banchina o fra la folla all’interno del vagone, mentre con gli auricolari e la testa china sul suo smartphone è beatamente immerso nei fatti suoi (o degli altri) – non te la dai a gambe. Anzi.

Lo raggiungi a passo svelto, agiti la mano in segno di saluto, e magari lo abbracci anche mentre  sorridendo chiedi: “Oh, bello… come stai?

(E glielo chiedi perché lo vuoi sapere, perché vuoi condividere il tuo stato d’animo, perché veramente ti fa piacere passare in sua compagnia i successivi dieci minuti.)

E quando vedi che, dall’altra parte, il tuo atteggiamento è ricambiato in maniera perfettamente speculare, ne hai la certezza: quello che di questi tempi sembra sempre più complicato e difficile da trovare, in questo specifico caso per te è una certezza.

Quello che hai incontrato oggi, non è un semplice un collega: è un amico.

E farai meglio a tenertelo da conto.

Autrice giuiasoi.com

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