BOHEMIAN RAPSODY PER SEMPRE

03.28.2019

Dice che non vale la pena produrre biopic musicali perché la gente non va a vederli e comunque non vengono mai bene.

Ecco. Adesso mi sa che non si può più dire.

Perché seppure qualche appunto gli si possa anche fare, Bohemian Rapsody passerà alla storia per essere un film venuto bene e visto da mezzo mondo. E ci mancherebbe altro: a me non era mai capitato prima di girarmi verso i miei compagni di visione alla fine dei titoli di coda e di trovarli tutti in lacrime.

Come me.

E non è solo questo il punto.

(Pure Titanic fa spesso questo effetto, per dirne uno.)

Il punto è che questo film parla di noi, delle nostre vite, dei nostri ricordi e di tutte le canzoni che c’erano a fare da colonna sonora ai nostri giorni degli anni ‘80 e ‘90. C’erano sempre, le canzoni dei Queen, anche se non volevi. E questo spiega perché, trenta anni dopo, mi ritrovo a saperle tutte a memoria senza aver in casa neanche un disco; mi sono ritrovata a cantare per tutta la durata del film, mi sono ritrovata a pensare che – in un modo o nell’altro – quel film stesse parlando di me.

(E di tutti quelli che erano seduti in sala e in tutte le sale cinematografiche del mondo.)

Mi sono ricordata di quando ero piccola, nell’estate del 1980 a Capo Vaticano – e chissà se me lo ricordo veramente (in fondo avevo solo un anno) o se è solo l’effetto dei reiterati racconti di mia madre – quando al bar del campeggio c’erano questi ragazzi tutti dipinti di saette e paillettes che cantavano canzoni che facevano battere le mani a tempo.

E poi me lo ha spiegato Brian May con We will rock you a metà del film, perché in quel campeggio dimenticato da Dio e in tutto il resto del mondo nessuno è mai riuscito a trattenersi da quell’istinto, quando Freddie canta e Roger porta il tempo sotto come se non ci fosse un domani.

Quando ho sentito l’arpeggio di pianoforte che apre Somebody to love, nella mia mente è arrivato il 1992, con Andrea Giani che schiaccia a rete nella pubblicità del Maxicono (…tacci loro, andava in onda una volta al minuto quello spot e alla fine dell’estate sapevi la canzone a memoria e non sapevi nemmeno perché), ma anche con George Michael che esegue la migliore performance della sua vita, in quel tributo a Wembley che mi fa piangere ogni volta che la rivedo.

E adesso mi farà piangere ancora di più, perché ho vissuto l’incipit dell’agonia di Freddie frame by frame, compresa un’eterea quanto doverosa apparizione di Rudolf Nureyev che credo sarà stata incredibilmente apprezzata dalla mia ex suocera spagnola, rockettara in incognito per esigenze di copione.

Con l’immagine di una gallina che strilla: “Galileo!” (…ma chi era poi ‘sto Galileo? – cit.) e tanti infamanti titoli di giornali, mi sono resa conto di come anche quello che poi è diventato uno dei miei pezzi preferiti di sempre, cantato da un dentone con strane idee nella testa, aveva rischiato di mettere fine alla carriera di uno dei gruppi più epici della storia del rock. E ho finalmente capito che persino quel dentone dalle origini travagliate, la voce divina e la sessualità ingombrante temeva che non ce l’avrebbe mai fatta, che si sentiva solo anche se sapeva di non esserlo, che aveva una paura fottuta di salire sul palco ma una volta su non c’erano santi che lo riportassero giù.

Insomma, come me.

(Che non sono lui e mai lo sarò… e che però, pur non sapendo cantare, sono finita su un palco con sotto duecento persone urlanti che battevano le mani a tempo di We will rock you, cantata da me medesima. Grazie a lui, ovviamente: perché se quel pezzo non esistesse, col cazzo che mi sarebbe successo. E né tantomeno avrei potuto mettere su una delle coreografie che mi hanno dato più soddisfazione al mondo nella mia breve storia di coreografa teatrale, ma quella è un’altra storia.)

E poi Wembley.

Il Live Aid, ricostruito in una maniera talmente maniacale da far paura.

Venti minuti in cui ho pianto dall’inizio alla fine, in cui per la prima e unica volta in vita mia ho avuto la sensazione di essere lì anche io in barba allo spazio tempo, in cui ho creduto all’illusoria sensazione di non essere sbagliata, di potercela fare, di potermi prendere quello che sogno da sempre.

(A prescindere da cosa si tratti, visto che forse non lo so ancora bene.)

E in cui, grazie all’unico intervento registico che – credo volutamente – si discosta dalla realtà, ho visto una storia nella storia. Mi aspettavo un film in cui l’amicizia tra Freddie e Brian risaltasse nella storia come un personaggio a sé, quasi fossero Jagger e Richards.

E invece sono finita a scoprire la storia di un rapporto contrastato e rissoso tra Freddie e Roger, che da dietro la sua batteria e scortato dal suo volto angelico non gliene faceva passare mezza, a quella primadonna dal microfono birbante. C’era la scintilla della complicità ritrovata, nei loro sguardi a Wembley, quel senso di appartenenza familiare che ti fa smadonnare e ritenerti contemporaneamente la persona più felice del mondo… e c’era anche una piccola rivincita simbolica di tutta la genia dei batteristi.

Dice Dave Grohl che lui ama essere un batterista, perché tutti ti reputano un cretino mentre nessuno si accorge che – se non fosse per te – la band farebbe cagare. E figurati se non lo penso anche io: un batterista mi ha messo al mondo, un altro non smette di entrare e uscire dalla mia vita riprendendosi ogni volta il posto privilegiato che non ha mai lasciato e un altro ancora l’ho sposato (almeno in potenza: solo apparentemente è un chitarrista… se non ci si fosse messa la tendinite, sarebbe diventato un fantastico batterista anche lui e su questo non ho dubbi).

Così, questo film consegna a Roger Taylor l’onere e l’onore di diventare un batterista visibile, di quelli alla Phil Collins, di quelli che al mondo ce ne sono pochi.

(Mentre – ci avete mai fatto caso? – di Taylor nella musica ce ne sono davvero troppi… Mick, Nick, James e adesso anche Swift, come se ce ne fosse davvero bisogno.)

Probabilmente adesso per un po’ avrò una bella cotta platonica per lui, e continuerò a riguardarmelo mentalmente mentre lui suona Radio Ga-Ga alla fine del film e io piango tutte le lacrime del mondo, quelle che questa canzone cerca di tirarmi fuori a forza da tutta la vita (e finalmente stavolta ce l’ha fatta). Ma d’altronde, questo è quello che fanno le groupie: si innamorano platonicamente di musicisti irraggiungibili. E, fidatevi, io ne so qualcosa.

Mi dispiace solo che – rileggendo questo pezzo – devo ammettere che proprio non sono riuscita a farlo venire bene come volevo. Ma in fin dei conti:

a) difficilmente qualcuno arriverà a leggerlo in tutta la sua lunghezza e soprattutto

b) ci voleva coraggio per scrivere un pezzo su un gruppo che ha avuto le palle di pensare, scrivere, cantare e donare al mondo un pezzo che dice: Siamo i campioni del mondo.
Senza mai apparire ridicoli.

Entrando direttamente nella leggenda.

Eh no, di fronte a una tracotanza del genere non mi resta che contemplare in venerazione.

Ed essere felice che, quando c’erano loro, al mondo c’ero anch’io.

Autrice giuiasoi.com

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