ITALIA 2018

03.28.2019

Sono finite le vacanze.

Basta mare, sole, spiaggia.

Basta Costa Azzurra e basta francesi. Si ritorna agli italiani.

E al ponte di Genova, a Salvini, a Di Maio, ai vaccini, alla gente che spara a chi capita, ai razzisti, agli omofobi e alle responsabilità che nessuno si vuole prendere (per la fine di un’amicizia, per la rescissione di un contratto o per la morte di poveri innocenti).

Si torna a quelli di Facebook che aprono i commenti e gli danno fiato, a quelli che so’ mejo loro, a quelli che non mi vogliono far entrare nella mia curva allo stadio, ai soldi e al tempo che non ci sono mai ma boia chi molla lo stesso.

E si torna anche a me che, sicuro, agli occhi degli altri rientro in una (o più, o un’altra) delle precedenti categorie.

Goodbye respiro a pieni polmoni, hello diaframma bloccato – direbbero, seppur a modo loro, quei due soffici volpini di Simon & Garfunkel.

Però, sapete che c’è? Io sono contenta di essere tornata.

Perché l’altro giorno mio marito ha detto una grande verità e io ho deciso di dargli ascolto: finché la nostra cara vecchia patria sarà ridotta così, bisognerà rimanerci attaccati con le unghie e con i denti.

Un po’ come Di Caprio e la Winslet sul finire di Titanic: avevano solo quel pezzo di legno e si sono arrangiati. Certo, come spesso capita anche a noi, hanno fatto male i conti e lui ci ha lasciato le penne; a stringersi un po’ probabilmente ci sarebbero entrati anche in due… ma in un modo o nell’altro lei a bordo ci è rimasta, cazzo.

E questo è più o meno quello che dovremmo fare un po’ tutti, ovviamente a seconda del pezzo di legno che la sorte ci ha smollato in dote.

Ora come ora, ci vuole tanto coraggio ad andarsene via quanto a rimanere qua.
Chi è un cazzo di genio, fa bene ad andare al M.I.T. Ma per chi non è un cazzo di genio, proprio come non lo sono io, va bene anche rimanere qui a lottare – ognuno nel modo che gli è più congeniale – per vedere se si può ancora rendere questo paese un posto decente (visto che farlo diventare migliore proprio non sembra possibile).

Io ce l’ho avuta la mia opportunità di fuga, l’ho fatta durare un paio di anni e poi sono tornata, perché volevo fare il mio lavoro e volevo farlo qui. Volevo scrivere e comunicare, anche se 15 anni fa non avevo idea di quanto sarebbe diventato difficile con il tempo.

Adesso che questa giungla italiana 2.0 un po’ la conosco, a volte il senso di rigetto è forte.

D’altro canto, però, so anche che la parola è il mio credo, che il racconto è la mia dimensione naturale, che la condivisione delle conoscenze è un istinto a cui non riesco a sfuggire.

In ogni senso.

Così – per quanto sarebbe bello darsela a gambe – resto a bordo e continuo a fare quello che mi viene spontaneo.

Scrivo programmi con la speranza di ricordare al pubblico l’esistenza del congiuntivo e della consecutio temporum, di fargli capire l’importanza di una buona storia e magari anche di fargli presente che una realtà non esiste soltanto perché l’ha detto internet (…e pensare che una volta bastava che lo dicesse la tv.)

Ogni santo giorno faccio presente alla gente che si può prendere la metro sorridendo invece che smadonnando, una volta a settimana gli spiego che a guardare le serie tv si può imparare molto più di quel che sembra e una volta mese scrivo per dimostrare che a leggere un buon libro si finisce sempre dove non ci si aspettava.

Finché non sentirò di avere le spalle abbastanza larghe mi rifiuterò sempre di trattare di politica, di religione e di sport perché sono già in troppi quelli che lo fanno senza titolo.

Poi continuerò a fare quel che posso perché qualcosa cambi… come diceva Bob Dylan, come diceva David Bowie, come diceva Aretha Franklin che se n’è appena andata (e chissà quando smetterà di mancarmi). E infine continuerò a tenere stretto il mio pezzo di legno, ché per Kate Winslet ha funzionato e magari funziona anche per me che non sono neanche tanto culona com’era lei nel 1997.

Credo nelle parole, credo nei sorrisi e negli abbracci, credo che i Greta Van Fleet siano la sorpresa musicale dell’anno e credo che – arrivi chi arriviMarco Van Basten sarà sempre il mio attaccante del cuore. Ma credo anche che quanto senti di dire o fare una cosa, la devi dire o fare, a prescindere da tutto e tutti.

E io ora voglio dire che resto a bordo.

(Anche se voi che leggete in questo momento avete pacificamente, serenamente e anche un po’ giustamente pensato: “E sti cazzi?”)

Autrice giuiasoi.com

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